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Concorso Letterario Nazionale Giovanile “Roberto Bertelli'

XXa Edizione - Novembre 2007 - Pontedera (Pisa)

  

LICEO SCIENTIFICO STATALE "EDOARDO AMALDI", ALZANO LOMBARDO (BG)

 

GISELLA LATERZA

(vincitrice e seconda classificata, studentessa della classe 3C)

Primo componimento presentato

"RANOCCHIO DI PASSAGGIO"

dal bando di concorso

Secondo componimento presentato

"RENDI LA CARTA"

 

Camilla è una ragazza un po’ strana che torna dal suo viaggio in Grecia e, sul pullman, incontra un ragazzo altrettanto strano. Ari, è questo il suo nome, le spiegherà che noi siamo ranocchi di passaggio nella vita e l’unico modo per viverla è coglierla con un balzo.

 

RANOCCHIO DI PASSAGGIO

 

Studiare, ha senso? No. M’ILLUMINO D’IMMENSO… Già. Ho le dita nella presa. Ieri non ho fatto colazione. Anche questa ha senso? No. E allora che scrivo a fare? Bho. Però, ho ragione. Saranno poi fatti miei! Che je frega al mondo se non ho fatto colazione? Camilla ha la stessa concezione della vita di una lumaca bollita, e fa pure rima.

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!!!!!!!!!! Questo non ha senso.

Perché ho urlato? Questo ha senso. C'est la vie. No, questa è la ballata dei neuroni ranocchianti. Già… Ok. Scusate se mi intrometto ma… siete scemi? Questo ha senso. Ti do ragione. Questo non ha senso. Cosa stiamo facendo? Parliamo a vanvera. Guarda che bello questo: :----:.----:::_----:::: Questa è arte! Sì, sì, come no! Non ha senso. Questo non ha senso. Anche per me. Non capisco. Già… allora ha senso? No. Ahhhhhhhhhhhhhhhhhh…. Se la vita sarebbe sensata…  GIÀ… Ragazzi, io proprio non vi capisco.

 

Quella così magnificamente illustrata è la fedele riproduzione di una battaglia tra i neuroni di Camilla.

Ora, il lettore più acuto d’ingegno si chiederà chi è Camilla (perché non tutte le persone normali hanno neuroni che discutono tra loro).

In questa caso, Camilla risponderebbe che sarebbe più lecito spiegare cosa è Camilla.

Camilla, in effetti, quel giorno avrebbe proprio preferito essere una cosa, per la precisione il teschio in metallo che pendeva dalla collana dell’autista del pullman di linea.

Chissà che meraviglia… a zonzo tutto il giorno… Niente da fare…

«Allora sali?»

«Eh?»

Il teschio uscì dalla sua mente e Camilla si ricordò di colpo che doveva andare.

Salì sull’autobus e prese posto tutta sola su un sedile sforacchiato da qualche teppistello.

Dietro il suo sedile, un vecchietto russava con convinzione.

Camilla osservava pensosa la strada che correva sotto di lei.

Se la vita sarebbe sensata… Un attimo… cosa aveva detto la mamma? Se la vita fosse sensata! Ecco, altrimenti non è italiano.

Fosse, fosse, giusto. Altrimenti non è congiuntivo, è condizionale, ed è sbagliato mettere il condizionale con il “se”.

È molto importante conoscere l’italiano.

Ma tu guarda che bel ragazzo è salito sull’autobus… Dove siamo? A Loutraki. Prendi nota, Camilla, prendi nota: a Loutraki bisognerà tornarci. C’è della bella gente.

A Camilla tornò improvvisamente la voglia di essere una chi e non una che cosa. Era bastato un bel ragazzo per essere più felice?

Siccome il vecchietto dietro di lei continuava a russare imperterrito, Camilla tirò fuori dal tascone dello zaino il suo amato iPod, non andava in giro senza di lui così come non andava in giro senza gli occhiali.

La divertiva sempre mettere su una canzone casuale. Era il suo piccolo gioco premonitore, la prima canzone della giornata avrebbe segnato quel giorno in maniera più logica dell’oroscopo.

Le piaceva vivere alla giornata, con un occhio indietro e camminando in avanti, ma vivere alla giornata. Invece il giochetto della canzone mattutina lo faceva solo per scherzo, non ci credeva profondamente. La divertiva cominciare un giorno con una musica.

 

Ricorderò e comunque, anche se non vorrei

Ti sposerò perché non te l’ho detto mai…

Come fa male cercare…

 

“Ti scatterò una foto”, di Tiziano Ferro.

Il bel ragazzo, dopo aver impiegato mezz’ora per timbrare il biglietto (allora è vero che tutti i belli sono interdetti…) barcollò elegantemente per tutto il corridoio, gettò un’occhiata alle gambe di una tizia in minigonna, ci gettò un’altra occhiata perché per adesso non è ancora contro la legge, notò Camilla, la vide, la guardò, fece un sorriso da presentatore televisivo e chiese in inglese impeccabile: «Posso sedermi, please? »

Camilla annuì e alzò il volume dell’iPod.

«Dove scendi, tipa?»

«All’aeroporto di Atene.», rispose Camilla, e avrebbe volentieri aggiunto “pirla”

«Che coincidenza, tipa! Io scendo alla fermata prima dell’aeroporto! E dove vai di bello?»

«Torno a casa.»

«Ah! E da dove vieni? Non sei greca?»

«Sono italiana»

«Italia! Spaghetti, pizza, Colosseo, mondiali di calcio! Mi piace l’Italia. Come ti chiami, tipa?»

«Tipa… cioè, Camilla. Mi chiamo Camilla.»

«Sono Ari. Io sono greco. Sto andando ad Atene a trovare mia nonna. Mi capisci?»

«Sì, Ari. Ti capisco bene.»

Camilla abbassò il volume dell’iPod. Dopotutto, il ragazzo meritava di essere ascoltato. Aveva uno splendido sorriso, che aveva smesso di somigliare a quello di un presentatore televisivo. Adesso sembrava quello di un semplice ragazzo in viaggio.

Era una mattinata freddissima per essere estate, e c’era così tanta gente sull’autobus che i finestrini erano tutti appannati.

Ari pulì un po’ di vetro con la manica della felpa. Il paesaggio era incantevole.

«Ti piace la Grecia?», chiese Ari.

Domanda trabocchetto.

«Sì.»

«L’Italia è più bella.», ammise Ari «Ho un fratello grande, lì, in Italia. Abita a Roma. Ogni tanto sono andato a trovarlo, e mi sono innamorato di quella città. Lui vive lì perché vive con un’italiana.»

«Oh, davvero?»

«Eh, sì! Sai com’è, tu incontri una ragazza e ti piace, poi te la porti a casa, poi te la porti a letto, poi ci vai a vivere insieme. E chi se ne frega che sia greca, italiana, australiana… L’importante è avere un posto dove vivere e vivere con chi si vuole. Questa si chiama libertà.»

Ari sfoderò di nuovo il sorriso da presentatore televisivo. Mossa stupida. In quel momento le sue parole dicevano: sono un tipo intelligente; il suo sorriso idiota diceva: non penso quel che dico.

Camilla si divertiva molto ad ascoltare il ragazzo, e soprattutto a guardarlo.

Non stava fermo un secondo. Si sistemava i capelli (lunghi e arruffati che sembravano riccioli di una pecora mal tosata), si sistemava la valigia un po’ meglio, portava le mani alla catenina che teneva al collo, ai capelli, alla catenina, ai capelli, ancora ai capelli, levava una piega dalla camicia perfettamente stirata, poi il ciclo ricominciava.

Che uomo.

Camilla lo osservava. La intrigava troppo la sensazione che quel ragazzo suscitava. A volte la affascinava, a volte la disgustava. Troppo ganzo.

Camilla si decise ad abbassare ulteriormente il volume dell’iPod, e disse ad Ari:

«Hai una bella collana… posso vederla?»

«Sì.», rispose lui arrossendo, levandosela e mostrandogliela «Un regalo di mia madre quando ero piccolo.»

La ragazza italiana prese in mano il ciondolo: un angioletto a cui mancava un’ala.

Camilla sussultò e strinse la collana che aveva al collo, nascosta sotto la maglietta, ma fece finta di niente e restituì l’angioletto all’angelico proprietario.

Ari, ormai partito in quarta, raccontò:

«Mamma è morta quando avevo sei anni, sai? L’ha presa sotto un autobus. Questo ciondolo era suo, è in quel momento che si è rotta un’ala. Io l’ho tenuto con me. Volevo avere un ricordo di mia madre… oh, ti sto annoiando?»

«No, no.», rispose Camilla sincera, non credendo che da un ragazzo carino potesse uscire di bocca qualcosa che non fosse una parolaccia.

Incredibile!, pensò Camilla, ho pensato una frase con ben due congiuntivi senza sbagliarli!

«È la prima volta che vieni in Grecia?», chiese Ari.

«No… ci sono già stata tanto tempo fa.»

«Mia mamma lo diceva sempre…»

«Che sono già stata in Grecia?»

«Ma no, Camilla! Dice siamo ranocchi. Viviamo la nostra vita saltellando, saltellando, non importa quanto in alto puoi saltare, l’importante è che salti, perché… siamo di passaggio…»

Camilla lasciò cadere una cuffia dell’iPod. Ari in quel momento sorrideva il suo sorriso migliore, non quello da presentatore televisivo, quello del ragazzo dolce che era.

«Tuttavia, può rimanere qualcosa di noi in questo mondo…», continuò Ari. Con il dito scrisse qualcosa sul vetro appannato dell’autobus.

Il vecchietto raggomitolato nel sedile posteriore sbuffò con convinzione e si svegliò.

«Bé…», sospirò Ari «Io devo andare.»

«Goodbye…»

L’autobus si fermò e il ragazzo si alzò. Non gettò un’occhiata alle gambe sexy della tizia in minigonna e scese.

«Ehilà!», esclamò il vecchietto, facendo sobbalzare Camilla.

«Ci conosciamo?», chiese lei.

«No, ma ho sentito la vostra conversazione. Voi giovani non capite un accidente! Ascolta, piccola italiana, lo vuoi un consiglio da un povero vecchietto? Ok, siamo solo dei ranocchi di passaggio, ma secondo te non vale la pena di saltellare? Io trovo che all’inizio tutti noi siamo uniti a Dio.

Paragonando la vita all'eternità, vivere è come uscire a prendere un pacchetto di sigarette e tornare nella pace e nella tranquillità di casa (la morte, il non-essere-vivo da dove siamo venuti). Tuttavia, chissà mai che non valga la pena di andare a comprare quel pacchetto di sigarette, chissà chi puoi incontrare per strada... è vero che, mentre saltelli, qualcuno può prenderti sotto, ma è anche vero che basta stare attenti per saltellare serenamente. Vai, sciocchina, fatti quattro salti con quel tipo!»

Camilla non ci pensò neanche, non ringraziò neppure, ma scese dall’autobus e cominciò a correre come una pazza. Corse, corse, corse.

Nelle sue orecchie risuonavano ancora le parole di Tiziano Ferro, nella canzone “Ti scatterò una foto”

 

Siamo figli di mondi diversi,

una sola memoria,

che cancella e disegna distratta

la stessa storia…

e ti scorderai di me

quando piove i profili e le case ricordano te…

 

No, Ari! Aspetta, non scordarti di me!

Lo vide camminare davanti a lei con quella barcollata elegante che lo contraddistingueva.

«Ari!», gridò Camilla. E subito si sentì una stupida. E ora? Cosa avrebbe fatto, ora? Aveva appena perso l’autobus che la riportava a casa. Scema, scema, scema!

Ari si girò e sfoderò il suo immancabile sorriso da presentatore televisivo.

Camilla barcollò elegantemente verso Ari, e gli mostrò la sua collana: un’ala d’angelo.

«L’ho trovata un giorno per strada a Loutraki, tanti anni fa… deve essere di tua madre… ho pensato… di ridartela…»

Ari si avvicinò a lei, prese la collana in mano.

Ranocchi sì, ma scemi no., pensò Ari e abbracciò Camilla con dolcezza.

«Posso ospitarti a casa mia. Vieni? Poi, se vorrai, arriveremo in Italia con un salto. Faccio una telefonata a mio fratello.»

Camilla sorrise. Ringraziò mentalmente Tiziano Ferro e si avviò con Ari, passeggiando mano nella mano.

Intanto, il vecchietto sull’autobus sorrideva pure lui osservando la scritta umida sul vetro appannato del finestrino: “Don’t forget me, my sweet little frog.”


 

Il tema si fa serio. Riccardo, un ragazzo di età imprecisata, si vuole suicidare, perché suo fratello ha fatto lo stesso e Riccardo ora si sente solo.

Mentre è su un ponte a guardare il fiume scorrere sotto di lui, cullandosi nel pensiero di poterci fare un tuffo e far scomparire il suo dolore, gli viene in mente che la vita è come una carta da scoprire. In quel momento la vita stessa gli “appare” e gli parla, perché non vuole essere gettata nel fiume.

 

RENDI LA CARTA

 

Ho tanta voglia di morire spiaccicato nel letto di un fiume.

Il letto.

Ho tanta voglia di morire in un letto, ma non nel mio letto, perché il letto di mio fratello, che fino a oggi stava accanto a me, è vuoto.

Voglio il tuo stesso letto, Luca… Il letto grande, setoso che è il fiume. Papà dice che i letti che hanno tanti anni sono una brutta cosa, perché sicuramente in quei letti c’è morto qualcuno nel sonno. Per questo che il letto del fiume si chiama letto. C’è morta tanta gente.

Qualcuno si è buttato dal ponte, qualcuno c’è cascato, qualcuno c’è stato spinto.

E non credevo che anche io avrei mai provato anche solo per un istante la voglia di togliermi la vita.

Togliermi la vita.

È buffo il suono di queste parole. Lasciano intendere che qualcuno ti abbia dato la vita che hai, che ora questa ti appartenga e che sei libero di buttarla a fiume quando ti pare. È per questo che un aspirante suicida ci pensa due volte prima di buttarsi dal ponte: pensi “basta, mi tolgo la vita” e queste sono le parole magiche che ti illudono che la vita sia tua… e gli uomini sono talmente avari che non hanno il coraggio di buttare quella che, a loro pensiero, è l’unica cosa importante che si ritrovano in pugno.

Bravi! Bravi! Bella pensata!

Ma per piacere!

Nessuno vi ha dato la vita.

Vi è capitata.

Come una partita a Margie.

Prima di nascere ti mostrano il retro di un mazzo di carte, poi ti chiedono “quale scegli?” e tu indichi una carta. Quale sarà? Non lo sai. E potrebbe essere la Margie, e se peschi la Margie paghi pegno. Cominci a sollevare la carta, piano piano con calma con calma. Quando sei bambino sei curioso e vuoi andare avanti, ma man mano che diventi grande ti rendi conto del pericolo che comporta lo scoprire la carta. E se fosse la Margie? E se fosse picche quando tu volevi cuori? Non tirarti indietro. Resisti: dai un’occhiata… sei agitato, hai paura che sia ciò che scongiuravi, ma ecco… è cuori! Ma quanti sono i cuori? Scoprirai solo alla fine della vita la carta che hai scelto, per la quale ti sei battuto, che ti ha fatto sognare, che oramai è tanto tempo che la cerchi, che la senti tua.

Eh! Sarai talmente preso dallo scoprire la carta che non ti godrai l’attesa, l’ansia, la gioia maliziosa della scoperta.

E scoprirai la carta, del tutto, per un attimo l’avrai in mano e te la godrai. La rimirerai tutta intera, la tua vita, ne assaporerai il gusto, come se te la stessi mangiando con un lungo e spensierato ruminare.

Ma la vita ti appartiene per quell’istante. Per il resto, appartiene al mazzo. E dopo quell’istante, rendi la carta.

“Ma, ragazza mia, e il mazzo di carte a chi appartiene?”

Cosa vuoi che ti risponda? A Dio? Vuoi sentirti dire che è Dio a tenere in mano le carte della vita?

E no che non è Dio, tiè!

È quella persona che ti ha amato a porgerti la carta, a dirti “quale scegli?”.

Chi ti ha fatto capitare la vita, lo ha fatto perché voleva vederti. Possono essere i tuoi. Per la maggior parte delle persone è così, ed è meraviglioso che sia così, che ci siano una mamma e un papà. Ma non è detto che chi ti abbia voluto conoscere siano stati loro due.

Può essere quello che diventerà tua futura moglie… o tuo fratello…

Ecco, hai pescato la carta. Ora è tua… Ora è mia… Sono veramente libero di buttarla nel fiume?

In teoria sì. Puoi gettarla quando vuoi… però… sei veramente sicuro, sono veramente sicuro, di non volerla scoprire del tutto, prima di gettarla?

Vivere e morire. Nessuno dei due è roba facile.

Vivi e scopri la carta, muori e lasciala all’oscuro per sempre.

Per entrambe le opzioni ci vuole coraggio.

La differenza è che per vivere ci vuole un costante coraggio, per morire serve una volta sola, e spesso non è coraggio, è la follia del momento.

Rendere la carta prima di scoprirla è la tragedia più grande, eguagliata solo dal vedersela portare via.

Luca… perché hai reso la carta?

E eccomi qui sul ponte, a esitare. È lo stesso punto dove ti sei buttato tu.

Anche tu hai esitato, o hai chiuso gli occhi e sei saltato giù, a volo d’angelo? Ed è stato bello cadere? Cosa hai pensato cadendo? Hai rimpianto il volo, o hai continuato a volare felice?

Come faccio a saperlo?

E tu, maledetta carta, guardati! Infame e traditrice!

Ho tanta voglia di renderti al mazzo. Tientela! È tua!

Guarda come vola la carta…

No, non mi buttare! Cosa? Devi ancora vedermi! Devo ancora vederti? Sì. Guardami. Mi hai mai guardata davvero?

All’improvviso mi pare più affascinante la mia carta del caldo letto del fiume.

Ci sto cascando anch’io? Sono cascato anch’io in questo tranello della vita che mi appartiene. Sono rimasto anch’io affascinato dalla vita.

Guarda come sono bella. Il letto è lontano, bagnato e pieno di carte buttate. Mi fa paura. Che schifo.

Il fiume scorre.

Scorre il fiume.

Scorre, scorre, scorre. Mica si ferma, sai, il fiume? Continua a scorrere, ma perché?

Ehi, tu, fiume, letto mobile, bagnato e zuppo di carte, perché ti ostini a scorrere e a correre?

Neanche si degna di rispondere. È troppo impegnato nella sua corsa.

Ehi, mi ascolti?

Se n’è già andato. Tzk, neanche il fiume mi ascolta più.

Poverino, è stupido. Pensa che correre sia l’unico scopo della sua esistenza. Mai provato a fermarsi e pensare che forse è il caso di darsi una calmata, far riposare anche tutte quelle carte strapazzate, gettate?

Se non ti fermi, butto la carta.

No!

Questa voce mi ha seccato.

Sì che ti butto via! Cosa me ne faccio di te?

Guardami.

La guardo, ma è così falsa…

Sei un’ingrata! Non sei bella come dici. Sei un cesso, sei brutta e traditrice!

Non è vero! Non sai quello che dici!!

Adesso mi sto veramente arrabbiando.

Sei grassa, ingorda, cannibale! Mangi te stessa man mano che ti scopro. È per questo che non riesco a viverti! Sei una macchina mostruosa che si nutre di se stessa!

Mi sono ridotto a parlare con la mia vita.

È che mi sembra davvero di averla in mano.

Adesso mi sembra davvero che mi guardi e che io ti ascolti parlare. Ti vedo sul serio. Sei davvero bellissima.

Mi nutro di me stessa? E che male c’è? Che male c’è nel vivere per vivere? Sono appetitosa, vanitosa. Esisto per essere ammirata e venerata, vezzeggiata e realizzata. Vivo di me stessa, e ne sono felice. Dovresti esserlo anche tu, Riccardo.

Sto impazzendo del tutto. La mia vita mi chiama per nome. E mi dice come “s’ha da vivere”.

“S’ha da vivere.”, un po’ come il famoso “s’ha da fare”: un obbligo.

Sei obbligatoria! Non lo scelgo io come viverti, vero?

Io vivo di me stessa e tu vivi di me. E io senza di te non esisto. Diciamo che possiamo trovare un punto d’accordo. Lo so che ora ti sembra impossibile, ti sembra che io sia diventata pesante per te, ma se ora mi getti nel fiume le cose non cambieranno. Mi fa paura, il fiume. Salvami. Salvaci.

«Riccardo…»

La voce della mia amica Maria mi assale. Sono sull’orlo dell’abisso. Il fiume non si è fermato. Ho un piede alzato e adesso… sì… adesso mi sto buttando.

«Riccardo!!!»

Che succede? La voce di Maria è la voce della mia vita, mi vuole fermare.

Non capisco più niente, mi sento male, il vuoto si spalanca addosso a me. Sto volando. Riccardo impara a volare.

Stop.

Non sto più volando. Una mano mi ha afferrato.

La mano di Maria.

La voce di Maria sta piangendo. Singhiozza: «Riccardo, perché… perché ti sei buttato? Perché volevi ammazzarti?»

La mano di Maria mi tira su. La mano di Maria è forte e morbida, è delicata e tenace.

Mi ha salvato.

Ansimando, il respiro di Maria mi fa rendere conto di essere ancora vivo, di aver smesso di parlare con la mia vita perché lei ora è ferma, salda, dolce e tenace dentro di me.

«Cosa credevi di fare?!», urla la voce di Maria «Ho avuto paura fino all’ultimo di non riuscire a prenderti!»

Non so cosa rispondere. Non riesco ancora a crederci: ho tentato il suicidio, e la voce di quell'angelo mi ha fermato.

«Luca non lo vorrebbe…», continua a piangere la voce di Maria «Luca non vorrebbe che lo raggiungessi… ho appena perso lui, e ho avuto tanta paura di perdere anche te… Come hai potuto farmi questo?! Eh? È per Luca che volevi fare quella cosa, vero?!»

I singhiozzi di Maria si fanno più violenti. Sono un fiume di lacrime.

«Io… Maria… ti prego… non piangere… Io volevo, sì… ma non voglio più… non voglio più…»

Gli occhi di Maria mi guardano, dicono: «Ho avuto… paura… di perdere… anche… te…»

Le labbra di Maria si fanno grandi e in un attimo sono qui, sopra le mie.

Le labbra di Maria sono allagate dalle lacrime di Maria.

Quello è l’unico fiume in cui voglio navigare.