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Concorso Letterario Animalista “ANNA MARIA SALERNO”

con il Patrocinio dell'Associazione Medici Scrittori Italiani per un impegno culturale a favore della natura

II Edizione - 28 Aprile 2004

Roma, Camera dei Deputati - Sala del Cenacolo

  

LICEO SCIENTIFICO E. AMALDI – ALZANO LOMBARDO (BG)

CLASSE 1^A - prof.ssa Manni Enrica

per qualsiasi informazione: vmbonito@tin.it


Dalla Relazione della commissione - "...per la prima volta, quest'anno, abbiamo avuto la partecipazione di un liceo, la 1A del Liceo Edoardo Amaldi, di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, guidata dalla sua insegnante, la prof.ssa Enrica Manni, alla quale va il nostro vivo apprezzamento, tanto che si è deciso di aggiungere nella prossima 3a edizione, un Riconoscimento Speciale intitolato proprio "Liceo Edoardo Amaldi", destinato alle Scuole Superiori..."

Dalla Convocazione per la premiazione - "Gentile Signora Manni, Le scrivo per comunicarle che il Suo manoscritto, pur non rientrando tra i primi tre vincitori, ha ottenuto un riconoscimento speciale in una di queste categorie: CULTURA, CONOSCERE PER COMPRENDERE, ORIGINALITA', FEDELTA' e IN CAMMINO. La premiazione avverrà durante il nostro Congresso Nazionale che si terrà a Roma il 28 Aprile p.v. presso la Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati..."


Cave Canem

La soffitta era come pensavo: un ambiente oscuro e polveroso, quasi inesplorato, colmo di scaffali in legno pieni di ragnatele e di oggetti appartenuti probabilmente a qualche mio lontano parente. Era da tanto tempo che desideravo metterci piede ma qualcosa mi aveva sempre trattenuto. Cominciai a rovistare fra gli scaffali e la mia attenzione venne attratta da alcuni vecchi volumi con le copertine in pelle e le pagine ingiallite dal tempo, sembravano album fotografici.

Ne aprii uno a caso sulla cui copertina verde smeraldo era impressa a grandi caratteri in rosso la scritta “Cave Canem” e mi stupii nel vedere una foto di mio nonno vicino a una grande lapide scritta in latino. Il particolare che più mi colpì nella bella domus che la conteneva fu l’emblema di un cane bianco e nero inserito nel pavimento del tablino. Stavo osservando il cane quando qualcuno mi chiamò dal piano inferiore, sembrava proprio la voce di mio nonno, “bene”, pensai, “capita giusto a proposito!”.

Sistemai in fretta i libri che avevo lasciato sparsi sul pavimento della soffitta e scesi velocemente le scale fino a giungere in salotto dove mio nonno mi aspettava con un gran sorriso sulle labbra, sorriso che divenne quasi malinconico appena notò l’album che avevo sotto braccio. “Dove l’hai trovato?”, mi chiese e subito dopo si illuminò come ricordando qualcosa che aspettava di essere svelato. Quella foto era stata scattata a Pompei, dove lui era andato in gita scolastica quando era un liceale come me e quella lapide in latino era stata adottata dalla sua scuola dopo che lui l’aveva scoperta in modo assai particolare…

“Zaino in spalla e scarpe comode, tutti erano pronti ad affrontare il viaggio che ci avrebbe portato in gita da Alzano Lombardo a Pompei. Unica preoccupazione occupare il posto vicino al compagno preferito. Io però ero in ritardo. Me lo ricordo ancora: corro trafelato, ad un tratto mi arresto di botto. Poco lontano dall’automezzo, fra i rami di un cespuglio, due occhioni incontrano i miei, umidi e ammiccanti. Un piccolo cane magro, dal pelo ispido e rossiccio, le orecchie a penzoloni, un muso lungo e appuntito, mi sta fissando. Ogni tanto muove la coda titubante. Cosa vorrà da me? Ricambio lo sguardo e, dall’aspetto trascurato dell’animale, capisco che è un randagio. L’osservo attentamente. “Mi assomiglia. Piccolo, ossuto, rosso, sparuto, proprio come me! Ed è anche solo, come mi sento io adesso.” Non ci penso su. Raccolgo il cane e lo infilo nello zaino. “Noi due diventeremo grandi amici, te lo prometto!”

Riprendo la corsa e animato da una nuova energia salgo sul pullman dove i miei compagni mi aspettano un po’ spazientiti.

Mi siedo da solo.

Ero un ragazzo poco loquace, senza amici, non mi interessava mai niente. Anzi, non sapevo nemmeno perché mi trovavo su quel pullman. Avrei potuto essere a casa in quel momento a leggere un bel libro. E invece No, mi sarei sorbito per ore la spiegazione sull’origine antica di una lontana città e tutti gli scherzi dei miei compagni. Il mio nuovo amico sembrava capire la situazione e se ne stava buono buono. Ogni tanto infilavo una mano nello zaino e lo accarezzavo, gli sussurravo parole confortanti mentre lanciavo sguardi furtivi tutt’intorno poiché non volevo essere notato.

“Ti chiamerò Argo, come il cane di Ulisse.”

Finalmente a Pompei. Nonostante non facesse freddo il cielo era cupo, pronto a scaricare tutta la sua furia in un tremendo temporale. Le rovine si stendevano per una vasta zona là dove   un tempo era sorta l’antica città. Sullo sfondo si ergeva possente il Vesuvio, il vulcano che aveva ridotto con l’aiuto del tempo, l’antica Pompei in rovina.

I miei compagni si catapultarono giù dal pullman desiderosi di cultura, aperti a nuove conoscenze, pronti a comprendere la bellezza di quello splendido sito, in ossequioso rispetto di tutto ciò che i nostri professori ci avevano raccontato con amore: Pompei era lì, dinnanzi a un gruppo di ragazzi diversi ma simili.

Li lasciai scendere tutti, raccolsi lo zaino e seguii la comitiva.

Appena entrati vedemmo una signora non tanto alta che ci faceva segni con le mani: era la nostra guida. “Speriamo almeno che parli poco e ci lasci subito liberi di girovagare per le rovine.”, pensai. Speranza vana. La guida continuò a parlare per tre ore di fila io e non ce la facevo più.

Aveva raccontato della terribile eruzione che nell’anno 832 dalla fondazione di Roma tra le sette e mezzo e le otto antimeridiane del 25 agosto aveva fatto scomparire ogni segno di vita animale e vegetale dalla città, ci aveva mostrato l’anfiteatro, sede della famosa rissa tra pompeiani e nocerini che provocò la sospensione per dieci anni dall’arena su deliberazione del Senato (59 d.C.), eravamo stati al tempio di Iside, alla casa del Fauno, famosa per il mosaico pavimentale della battaglia di Isso.

Io mi tenevo in disparte, i miei compagni non se ne accorgevano nemmeno. Il mio unico pensiero era rivolto alla bestiola il cui futuro ora dipendeva da me. Ero preoccupato. Come avrei fatto a portare Argo fino a casa senza che nessuno se ne accorgesse?E i miei genitori mi avrebbero permesso di tenerlo?

Il cielo era scuro, il vento soffiava forte: era necessario indossare i giubbini e addossarsi gli uni agli altri per ripararsi dalle raffiche. Io stringevo a me il prezioso zaino che ogni tanto sussultava e gemeva, mostrando l’irrequietezza dell’animale. Mi appartai e, certo di non essere visto, liberai il cane che, dopo una scrollatina, mi guardò complice. Sembrava chiedere: “Allora non ci lasceremo mai?”. All’improvviso un lampo rischiara il cielo plumbeo e un boato ci spaventa tutti.

Argo fuggì via, terrorizzato. Corse scavalcando muretti, entrando ed uscendo da piccoli anfratti e io sempre dietro. Lo raggiungevo, lo perdevo per poi ritrovarlo. Ad un tratto la sua coda scomparve in un buco fra l’erba verde.Cercai di raggiungerlo, ma era impossibile. L’apertura era stretta e lui non riusciva a tornare indietro. Si sentivano i suoi guaiti. Intanto la pioggia scrosciava forte e inzuppava ogni cosa. Io corsi dalla guida e dai miei compagni chiedendo aiuto. Loro mi si affollarono attorno. Volevano sapere. Si stupirono del mio coraggio e s’intenerirono di fronte alla mia preoccupazione. Alcuni archeologi e addetti ai lavori, richiamati dalle mie urla, accorsero alla casa del Poeta Tragico. Con vanga e piccone allargarono il cunicolo, raggiunsero il cane, lo presero e me lo consegnarono. Argo, ancora tremante mi leccò la faccia.

Ma cos’è questa pietra? Sembra una lapide! Gli archeologi riprendono a scavare freneticamente. Tolgono sassi, spazzano via la terra fangosa ed ecco apparire una bellissima scritta non del tutto leggibile. è in latino:

HIC CUSTODIS … CINERES IACENT … FUIT SENSIBUS PRAESTANTISSIMUS PROPRII NOMINIS MEMOR HILARIS VULTU MAGNISQUE AC RECTIS AURIBUS …”proprio un bel cane doveva essere… QUI NUMQUAM LATRAVIT INEPTE NUNC CINERES VINDICAT UMBRA SUOS …e fedele per giunta… LATRATU REPLENS AERA PER SPATIUM TEMPORIS gli volevano bene se lo hanno ricordato così e in latino abbaia ancora per noi che lo ascoltiamo”, ci disse la nostra insegnante di lettere commossa come e forse più di noi.

Grande era l’euforia di tutti quanti: degli adulti, di Argo, mia e dei miei compagni. Un nuovo reperto era stato riportato alla luce e due amici si erano ritrovati. Spiegai ai professori come avevo fatto a portare il cane fin lì e loro dapprima titubanti ma poi contenti mi permisero di tenerlo con me.

Il cane diventò la mascotte di tutta la classe. Il reperto fu adottato dalla scuola di Alzano Lombardo che ancora oggi si adopera per curarne la conservazione e quell’anno fu deciso che una parte degli incassi sarebbe andata a favore dei cani randagi di Pompei.”

Mi emozionai al racconto di mio nonno e per un po’ non ebbi nulla da dire. Rimasi lì, ferma. Poi mi venne un’idea. Mi alzai di scatto ed esclamai a gran voce:”Allora, nonno, quando andiamo al canile di Calvenzano a cercarci un nuovo amico?!?”

cave canem


Fotografia della 1A realizzatrice del lavoro premiato

La classe 1A