1. Introduzione

  2. Il Physiologus

  3. Descrizione di alcuni animali

  4. Erbario medievale

  5. Lapidario medievale

  6. Bestie, pietre e piante negli scrittori medievali italiani

  7. La filosofia antica nei bestiari

  8. I bestiari nella cultura inglese

  9. Bestiari e arte: il simbolismo nell'arte medievale

  10. Bibliografia

  11. Sitografia

  12. Autori


Bestie, pietre e piante negli scrittori medievali italiani

Cerbero

Figlio di Tifeo e di Echidna. La tradizione classica fa di lui un cane a tre teste, con coda e crini di serpente. Da Dante, nella Divina Commedia, Cerbero è posto all’ingresso del cerchio dei golosi; il suo compito è quello di assordare i dannati con i suoi latrati e di lacerarli con le unghie.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ’l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;

de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E ’l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,

e si racqueta poi che ’l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che ’ntrona

l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

(DANTE, Divina Commedia, Inferno Canto VI, versi 13-33)

 

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo.

(DANTE, Divina Commedia, Inferno Canto IX, versi 98-99)

 

Cerbero


Centauro

Il centauro, combinazione di uomo e di cavallo (semicaballus homo), con dorso umano e posteriore equino, sarebbe stato partorito dall’immaginazione dei poeti e poi plasmato dall’ingegno degli artisti dell'antica Grecia, che lo hanno creduto originario dei monti della Tessaglia. Seduzione, voluttà, lussuria, omosessualità sono per la coscienza collettiva del Medioevo i peccati più gravi di cui è gravida la centaura o il centauro e per i quali le facoltà dell'intelletto sono annientate dalla bestialità.

Io vidi gente sotto infinito ciglio;

e ‘l gran Centauro disse:”E’ son tiranni

che dier nel sngue e ne l’aver piglio.

Quivi si piangon li spieati danni;

quivi è Alessandro, e Dioniso fero,

che fe’ Cecilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,

è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,

è Opizzo da esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro su nel mondo”.

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

“Questi ti sia or primo, e io secondo”.

Poco più oltre il Centauro s’affisse

Sovr’una gente che ’nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.

 (DANTE, Divina Commedia, Inferno, Canto XII, versi 104-117)

 

 

“Si come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema”,

disse ‘l Centauro, “voglio che tu credi

che da quest’altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.

 (DANTE, Divina Commedia, Inferno, Canto XII, versi 129-132)

 

Centauro


Pellicano

La purezza celeste è il carattere principale di questo uccello che, simile ad un angelo dalle ali spiegate, simboleggia la Redenzione, la Resurrezione e l'amore di Cristo per le anime, espresso dal dono del suo sangue nell'Eucarestia. Nei Bestiari si legge che il pellicano apre il suo petto a colpi di becco per nutrire i suoi piccoli affamati, così come Gesù sulla croce aveva fatto dono del suo sangue per redimere l'umanità.

“Questi è colui che giacque sopra ‘l petto

del nostro pellicano, e questi fue

di su la croce al grande officio eletto”.

(DANTE, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXV, versi 112-114)

 

Pellicano


Le tre fiere (Lonza, Leone, Lupa)

La lonza è una specie di lince, simile alla pantera. Il significato simbolico che viene attribuito alla lonza dagli antichi commentatori è la lussuria. Il leone è, nell’immaginario medievale, interpretato come il simbolo della superbia. Il significato simbolico della lupa è la cupidigia o l’avarizia, intesa non solo come desiderio di denaro, ma anche di beni terreni e onori. Tra le tre fiere la lupa è quella più pericolosa, poiché è il simbolo dell’impedimento più difficile da superare.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse

Con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne temesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giunge ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

 (DANTE, Divina Commedia,Inferno, Canto I, versi 31-60)

 

Le tre fiere


Falcone

Il falcone, animale utilizzato dai contadini nella caccia, si oppone al falco pellegrino, animale utilizzato dai re nelle battute di caccia, diviene simbolo della rozzezza del popolo e, soprattutto, dei pagani.

 Federigo degli Alberighi ama e non è amato e in cortesia spendendo si consuma

e rimangli un sol falcone, il quale, non avendo altro dà a mangiare alla sua donna

venutagli a casa; la quale, ciò sappiendo, mutata d'animo, il prende per marito

e fallo ricco.

(BOCCACCIO, Decameron, Quinta Giornata, Novella Nona, Introduzione)


Cane

Il cane, considerato un animale che mangia il proprio vomito, indica il peccatore che si rimangia il proprio peccato una volta compiuto.

Nastagio degli Onesti, amando una de' Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato. Vassene, pregato da' suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani. Invita i parenti suoi e quella donna amata da lui ad un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranare; e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.

(BOCCACCIO, Decameron, Quinta Giornata, Novella Ottava, Introduzione)


Salvia

Questa pianta, utilizzata per curare reumatismi e tosse, avrebbe il potere di resuscitare, predire il futuro e di concedere la possibilità di comunicare con l’aldilà.

La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a' denti una foglia di salvia e muorsi; è presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie a' denti, similmente si muore.

(BOCCACCIO, Decameron, Quarta Giornata, Novella Settima, Introduzione)


Basilico

Per poter raccogliere il basilico, pianta considerata sacra, si doveva purificare la mano destra lavandola a tre fonti diverse per tre volte e adoperare un ramo di quercia, indossando candidi abiti di lino. Generalmente era considerato simbolo di dolcezza, anche se è spesso ricordato, con connotazioni erotiche, come segno di accondiscendenza alle avance del proprio amante.

I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.

(BOCCACCIO, Decameron, Quarta Giornata, Novella Quinta, Introduzione)

 

Basilico


Canapa

La canapa, pianta da sempre conosciuta per le sue proprietà terapeutiche, nel medioevo, a causa dei suoi effetti stupefacenti che portano ad una visone storpiata della realtà, diviene simbolo malefico e tentatore, fuorviante dal cammino del fedele.

Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto, e dall’abate che dalla moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in purgatòro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol dell’abate nella moglie di lui generato.

La donna, lieta del dono ed attendendo d’aver degli altri, alle compagne tornata, maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a casa se ne tornò. Ivi a pochi dì, Ferondo se n’andò alla badia, il quale come l’abate vide, così s’avvisò di mandarlo in purgatòro; e ritrovata una polvere di maravigliosa vertù la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale affermava, quella solersi usare per lo Veglio della montagna quando alcun voleva dormendo mandare nel suo paradiso o trarnelo, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai detto alcuno colui in sé aver vita) e di questa tanta presane, che a far dormir tre giorni sufficiente fosse, ed in un bicchier di vino, non ben chiaro ancora, nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele die’ bere e lui appresso menò nel chiostro e con più altri de’ suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari, che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in pié s’addormentò, ed addormentato cadde.

(BOCCACCIO, Decameron, Terza Giornata, Novella Ottava)

 

Canapa


Fenice

La fenice, vivendo oltre cinquecento anni, quando si vede invecchiata, raccolti dei rami odorosi, si profuma le ali con diversi aromi, come Cristo, che, ascendendo al cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell’Antico Testamento, innalza un rogo e, volta alla luce del sole, con grande battito d'ali, si procura un incendio volontario per, poi, risorgere dalle proprie ceneri. Così è l'uomo, che muore nel corpo per rivivere nell'anima oltre la morte.


Elitropia

E’ una pietra, la quale noi altri lapidari appelliamo elitropia, pietra di troppo gran virtù, per ciò che qualunque persona la porta sopra di sé, mentre la tiene, non è da alcuna altra persona veduto dove non è. Allora Calandrin disse:

- Gran virtù son queste; ma questa seconda dove si truova?

A cui Maso rispose, che nel Mugnone se ne solevan trovare. Disse Calandrino:

- Di che grossezza è questa pietra? O che colore è il suo?

Rispose Maso:

- Ella è di varie grossezze, ché alcuna n'è più e alcuna meno, ma tutte son di colore quasi come nero.

Calandrino, avendo tutte queste cose seco notate, fatto sembiante d'avere altro a fare, si partì da Maso, e seco propose di voler cercare di questa pietra; ma diliberò di non volerlo fare senza saputa di Bruno e di Buffalmacco, li quali spezialissimamente amava. Diessi adunque a cercar di costoro, acciò che senza indugio e prima che alcuno altro n'andassero a cercare, e tutto il rimanente di quella mattina consumò in cercargli.


La fenice nel canzoniere petrarchesco

Nel Canzoniere petrarchesco Laura trova nella fenice uno dei suoi grandi emblemi, la cui ombra s'allarga dalle Rime in Vita alle Rime in Morte. Nelle prime, con la canzone Qual più diversa et nova (CXXXV), dove l'uccello è la prima delle meraviglie convocate a rappresentare la sua strana condizione d'amante, il volo della fenice che s'incendia volontariamente nel sole rappresenta il volere del poeta, che si consuma nel suo amore per Laura, identificata qui con il sole secondo una simbologia frequente nel Canzoniere, e che continuamente rinasce per tornare ad ardere in questo fuoco.

CXXXV

 Là (1) onde il dì vèn fore,

vola un augel (2) che sol senza consorte

 di volontaria morte

 rinasce, et tutto a viver si rinnova.

 così sol si ritrova

 lo mio voler, et così in su la cima

de' suoi alti pensieri al sol si volve,

et così si risolve,

et così torna al suo stato di prima

arde, et more, et riprende i nervi suoi,

et vive poi con la fenice a prova (3).

Note

1- ad Oriente

2- la fenice

3- a gara

 

II tema del sonetto CXXXV è un topos della poesia amorosa, che si ritrova in altre formule di sapore "feniceo" come quella presente nel sonetto CLXIV, v.2: Mille volte il dì moro et mille nasco (v. 13).

CLXIV

 Or che ‘l ciel et la terra e ‘l vento tace

et le fere et gli augelli il sonno affrena (1),

Notte il carro stellato in giro mena

et nel suo letto il mar senz'onda (2) giace,

 vegghio, penso, ardo, piango; et chi mi sface (3)

 sempre m'è innanzi per mia dolce pena:

guerra è 'l mio stato, d'ira et di duol piena

et sol di lei pensando ò qualche pace.

 Cosi sol d'una (4) chiara fonte viva

move ‘l dolce et l'amaro ond'io mi pasco;

una man sola mi risana et punge;

 e perché ‘l mio marito non giunga a riva (5),

mille volte il dì moro et mille nasco,

tanto da la salute mia son lunge.

Note

1- tien legati

2- calmo

3- sfugge

4- da una sola

5- abbia termine

 

Vi sono poi altri testi in cui il meraviglioso uccello diventa una figura di Laura: per esempio nei sonetti CLXXXV e CCX.

CLXXXV

 Questa fenice (1) de l’aurata piuma (2)

al suo bel collo, candido, gentile,

forma senz’arte (3) un così caro monile,

ch’ogni cor addolcisce e ‘l mio consuma:

 forma un diadema natural ch’alluma

l'aere d'intorno; e ‘l tacito focile (4)

d'Amor tragge indi un liquido (5) sottile

foco che m'arde a la più algente bruma (6).

 Purpurea vesta d'un ceruleo lembo

Sparso di rose i belli homeri vela:

novo (7)abito, et bellezza unica et sola.

 Fama ne l'odorato et ricco grembo

d'arabi monti lei ripone et cela,

che per lo nostro ciel sì altera vola.

Note

1- Laura

2- chioma

3- naturalmente

4- acciarino

5- puro

6- in ogni tempo

7- non più veduto

 

CCX

 Non da  l'hispano Hibero (1) a l’indo Ydaspe (2)

ricercando del mar ogni pendice (3),

né dal lito vermiglio (4) a l'onde caspe (5),

ne 'n ciel ne 'n terra, è più d'una fenice.

 Qual dextro corvo o qual mancha cornice (6) canti ‘l

mio fato, o qual Parca l'innaspe (7)? Che sol trovo

Pietà sorda com'aspe (8),

misero, onde sperava esser felice.

 Ch’i’  non vo’  dir di lei: ma chi la scorge,

tutto ‘l cor di dolcezza et d'amor gli empie, tanto n’à

seco, et tant’altrui ne porge;

 et per far mie dolcezze amare et (9) empie,

o s’infinge o non cura, o non s'accorge,

del fiorir (10) queste inanzi tempo empie.

Note

1- Ebro

2- Yhelun, affluente dell'Indo

3- costa

4- del mar Rosso

5- del mar Caspio

6- cornacchia che voli a sinistra

7- sarebbe in grado di avvolgere sull'aspo

8- serpe

9- eppure

10- incanutire

 

In questo gruppo di liriche intimamente connesse tra loro non sono rappresentate solo la bellezza e l'unicità della donna, ma è anche, e soprattutto, cifrato il grande mito della morte e della rinascita in una dimensione puramente immateriale di colei "che 'n terra morendo, al ciel rinacque".

 Nei primi due sonetti, che appartengono alle Rime in Vita, non viene ancora fatto alcun riferimento al sacrificio dell'uccello: sono evocati soltanto gli splendidi colori del suo piumaggio, la sua origine orientale, la sua unicità. Ma è probabile che la scelta dell'emblema prefigurasse già, in qualche modo, per Petrarca il funereo destino di Laura.

 Nei sonetti CCCXX e CCCXXI, invece, il volo altero della fenice è ormai un "ultimo volo", quello della morte, e sulla terra non sono rimasti che il nido vuoto e la cenere.

CCCXX

 Sento l'aura mia anticha, e i dolci colli

veggio apparire, onde ‘l bel lume nacque

che tenne gli occhi mei mentr’al (1) ciel piacque

bramosi et lieti, or li tèn tristi et molli (2).

 O caduche speranze, o pensier‘ folli!

Vedove l'erbe et torbide son l'acque,

et vóto et freddo ‘l nido in ch’ella giacque,

nel qual io vivo, et morto giacer volli,

 sperando alfìn, da le soavi piante(3)

et da belli occhi suoi, che ‘l cor m’ànn’arso,

riposo alcun de le fatiche tante.

 Ò servito a signor (4) crudele et scarso (5):

ch’arsi quanto (6) ‘l mio foco ebbi davante,

or vo piangendo il suo cenere sparso.

Note

1- finché al

2- di lacrime

3- piedi

4- Amore

5- avaro

6- mentre, finché

 

CCCXXI

 È questo ‘l nido in che la mia fenice

mise l'aurate et le purpuree penne,

che sotto le sue ali il mio cor tenne,

 et parole et sospiri ancho ne elice (1)?

 O del dolce mal mia prima radice,

ov’è il bli viso onde quel lume venne

che vivo et lieto ardendo mi mantenne?

Sol’eri in terra; or se’  nel del felice.

 Et m‘ài lasciato qui misero et solo,

talché pien di duol sempre al loco torno

che per (2) te consecrato honoro et còlo (3);

 veggendo a’colli oscura notte intorno

onde prendesti al ciel l'ultimo volo,

et dove li occhi tuoi solean far giorno.

Note

1-trae fuori

2-da

3-venero

 

Questo scenario trova la sua rappresentazione più compiuta nella penultima strofa della canzone Standomi un giorno solo a la finestra (CCCXXII1), dove l'emblema della fenice segue altre rappresentazioni simboliche della morte di Laura e in particolare quelle del lauro schiantato dalla folgore (strofa 3) e della fontana inghiottita dall'abisso (strofa 4):

(CCCXXIII)

 Una strania fenice, ambedue l'ale

di porpora vestita, e ‘l capo d'oro,

vedendo per la selva altera et sola,

veder forma celeste et immortale

prima pensai, fin ch’a lo svelto (1) alloro

giunse, et al fonte che la terra invola.

Ogni cosa al fin vola;

ché, mirando le frondi a terra sparse,

e ‘l troncon rotto, et quel vivo humor secco,

volse in se stessa il becco,

quasi sdegnando, e ‘n un punto disparse:

onde ‘l cor di pietate et d'amor m'arse.

Note

1- divelto

La descrizione iniziale (piume di porpora e d'oro, alterigia, unicità) riassume i dati descrittivi dei sonetti CLXXXV e CCX, ossia la visione trionfale di Laura viva: "veder forma celeste et immortale/prima pensai".

Ma nella seconda parte della strofa il mito feniceo si risolve ormai con la sentenza : "ogni cosa al fin vola": la fenice è il volare verso la fine, il ridursi in cenere di Laura e di tutte le cose, tema centrale della canzone.


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