Da
sempre l’uomo sente la necessità di suddividere le numerose specie di animali
conosciute da cui era circondato al fine di catalogarle secondo un giusto
criterio per il suo personale punto di vista che, naturalmente, non avendo mai
mantenuto inalterato un necessario principio di obiettività, risulta fortemente
influenzato dal relativo contesto storico in cui si colloca.
Questo bisogno innato e primordiale è già presente nella preistoria e ne sono prove più che evidenti le elementari, ma importanti raffigurazioni di animali presenti nelle caverne che, un tempo, erano state l’unico luogo di riparo per i nostri progenitori, già così affascinati ed incuriositi da quelle creature con cui avevano a che fare quotidianamente per sopravvivere, tanto diverse da loro quanto simili per certi versi, che non mancarono di ritrarli ripetutamente quasi per una sorta di legittima devozione.
Non può non essere ricordata in seguito l’evoluzione della concezione della fauna per il popolo egizio dei faraoni, che le attribuisce un risvolto religioso e mistico concependo delle divinità antropomorfe con corpo umano ed una testa bestiale differente a seconda della specificità del ruolo nel mondo ultraterreno della figura immortale in questione.
In
verità va detto che la vera e propria nascita della zoologia risale però ai
tempi della massima diffusione della filosofia greca nell’Atene del IV-V sec.
a.C., quando le due principali figure di maggior spessore e rilievo in
questo ambito furono prima Platone e successivamente Aristotele di
Stagira, da tutti conosciuto come il padre della moderna biologia. Sono
infatti questi due celebri personaggi storici che, essendosi impegnati a fondo
nell’indagare la natura delle cose sensibili che li circondava, sono arrivati al
punto di soffermarsi sulla classificazione dei viventi e di teorizzare una
precisa modalità per una ripartizione imparziale e oggettivamente valida di
questi ultimi.
Soffermandoci ad analizzare come avviene questo importante e fondamentale cambiamento basato sul rigore scientifico, bisogna premettere innanzi tutto che vi è una notevole differenza di pensiero fra i due intellettuali che, pur essendo stati coevi e addirittura maestro e allievo per un certo periodo, non avrebbero mai avuto idee concordanti su argomenti fra i più disparati, tra cui il modo di intendere gli elementi percettibili dai sensi umani alla luce anche di premesse comuni a volte.
L’ateniese Platone infatti nel Timeo e nel Politico, dialoghi in cui tratta ampiamente della natura degli enti, codifica una suddivisione delle creature animali basandosi puramente sulla retorica, attraverso l’uso della quale riesce a mantenere una coerenza logica di fondo nel distinguere fra loro le varie specie. Specie che per la precisione trovano fondamento in concetti astratti e non realmente tangibili in quanto proprietà intrinseche degli animali presi in considerazione: ad esempio per il filosofo ciò che accomuna tutti gli equini non è altro che l’idea mentale della “cavallinità”, che a sua volta è legata agli equini per mezzo di un secondo archetipo, che deve necessariamente essere collegato con un altro postulato superiore, e così via all’infinito ∞. Inoltre, precisa Platone, il procedimento di divisione deve essere obbligatoriamente compiuto in un’unica direzione in modo tale che non si vengano a creare delle contraddizioni logiche, attuando un susseguirsi di biforcazioni che meglio caratterizzano l’ente che si vuole classificare: es. il cavallo è un animale domestico / terrestre / pedestre / quadrupede / implume, ecc… e di conseguenza non potrà essere implume ed allo stesso tempo bipede, poiché non rispetterebbe l’ordine di successioni che lo definiscono in quanto tale. A loro volta poi ogni creatura è meglio definita da caratteri minori come il colore, la forma, l’aspetto, finché la loro descrizione non risulta totalmente esaustiva.
Al
contrario Aristotele di Stagira nel De partibus animalium ed in altri
suoi scritti di carattere naturalistico, si distacca nettamente dal metodo dello
studio della physis formalizzato dal maestro, in quanto non decide di
dare la massima importanza alla dialettica, preferendola al rigore scientifico,
bensì vuole classificare i viventi per le loro effettive caratteristiche
constatabili sensibilmente e non ricavate da concetti astratti che danno luogo
ad una sorta di circolo vizioso senza soluzione di continuità.
Ne risulta quindi una visione diversa dell’uomo e di conseguenza anche del regno animale, per i due, che però a ben vedere si trovano accomunati dal fatto di mantenere una continuità logica nel suddividere il più formalmente le varie categorie, a loro volta, in sottogruppi sempre più specifici e circoscritti.
Scrive Aristotele nell’Historia animalium, una delle sue innumerevoli opere filosofiche: […] Una parte degli animali può essere suddivisa nei seguenti generi principali: uno è quello degli uccelli, uno quello dei pesci, un altro dei cetacei. Tutti questi, poi, sono sanguigni. Un altro genere è quello degli animali coperti da conchiglie che sono chiamati ostriche; un altro ancora quello dei crostacei; un altro quello dei molluschi. Un ulteriore genere è quello degli insetti. […] Del genere degli animali quadrupedi e vivipari vi sono molte specie, ma esse mancano di una denominazione, sicché questi animali vengono, per così dire, denominati uno per uno, come nel caso dell’uomo: diciamo perciò leone, cervo, cavallo, cane e così via…
Appare dunque evidente da questa citazione, la sistematicità e la cura per la perizia tecnica che utilizza il teorico greco nell’analizzare nel dettaglio la phisis, ovvero la natura nel suo complesso, senza incorrere in ambiguità o fraintendimenti legati a punti di vista soggettivi o contestabili. Aristotele si limita esclusivamente a classificare gli esseri viventi a lui noti a seconda delle loro caratteristiche principali, come il fatto di saper volare o nuotare o ancora di avere oppure no uno scheletro interno, rimanendo esclusivamente all’interno di un campo rigidamente scientifico e universalmente accettabile.
Ovviamente mettendo a confronto l’odierna suddivisione del regno animale con quella del filosofo di Stagira non si possono che evidenziare le numerose incongruenze e mancanze, nonché una superficialità di fondo, presenti nell’ardito tentativo del teorico di classificare razionalmente un mondo così vasto come quello naturalistico, che al tempo della Magna Grecia non era conosciuto se non in una limitatissima parte.
Ma attenzione a non commettere assolutamente l’errore di togliere il merito dovuto ad Aristotele, che per la sua epoca fu un vero e proprio rivoluzionario a livello di metodo d’osservazione; possiamo quindi concludere che come precursore della biologia il personaggio da noi considerato sarà senza dubbio un’importante figura di riferimento per i secoli successivi, nel corso dei quali però, paradossalmente, l’uomo, pur ampliando le sue conoscenze a livello nozionistico, tenderà a discostarsi sempre più dal modello aristotelico a favore di una visione maggiormente fantastica dei fenomeni naturali.
Dopo un sempre più sistematico ed inesorabile distacco culturale dalla civiltà greca, da quella ellenistica e la successiva affermazione del sempre più emergente popolo romano infatti la scienza compie un passo indietro, a livello di progresso, non indifferente.
L’apice
di questa regressione si ha con l’avvento del Cristianesimo ( I-II sec.
d.C.), o meglio ancora, con la sua diffusione sempre più capillare ed uniforme,
che si sarebbe protratta a lungo fino a insediarsi a Roma stessa. La spiegazione
di questo apparentemente inspiegabile e quanto meno inusuale fenomeno consiste
nel fatto che l’autorità del tempo in campo governativo, cioè l’Impero romano,
non accettasse la fede dei credenti in questa religione, la quale trasmetteva
precetti tali per cui dovevano prendere determinate posizioni contrarie alle
leggi vigenti all’epoca, e che nel tentativo di limitarne l’allargamento ad
altri potenziali seguaci, avesse introdotto severe punizioni per chi intendesse
comunque professare il proprio credo clandestinamente. Vedendosi così
perseguitati sempre più pesantemente, i cristiani, arrivati al punto di
rischiare la propria vita per i valori in cui erano convinti, decisero dunque di
organizzarsi in assemblee fuorilegge per perpetrare le proprie regole morali e
di incontrarsi in luoghi sicuri, perché non sorvegliati, quali erano al tempo le
catacombe. Qui infine svilupparono una sorta di comunicazione basata su semplici
simboli disegnati sulle pareti, raffiguranti essenzialmente animali fra i
più comuni ai quali però diedero un valore escatologico, al fine di far
riferimento alla propria fede riconducendo la semplice immagine dell’essere
vivente in questione ad una sua qualità positiva, quali la purezza, la bellezza,
l’umiltà, corrispondente ad un significato ben preciso a livello religioso ed
etico.
Così facendo si capisce chiaramente che l’animale non viene più classificato per le sue caratteristiche fisiche, ma per la sua valenza simbolica in quanto assume una connotazione morale che intacca il rigore e l’oggettività scientifica, che non può trovare spazio evidentemente in una collocazione religiosa così rigida.
Esempio per eccellenza di questa nuova visione
del regno animale è il Physiologus greco del III sec.d.C., nel quale sono
raccolti esempi di questa duplice interpretazione allegorica degli esseri
viventi utile per divulgare appunto la dottrine cristiane viste come un pericolo
per lo stato per i romani.
Con l’editto di Milano del 313 d.C. voluto dall’imperatore Costantino, la libertà di culto divenne finalmente lecita e non più perseguibile per legge ed in teoria questo fenomeno non avrebbe più motivo d’esistere se non che durante le invasioni barbariche del V sec. d.C., la popolazione europea si vide costretta a lasciare la città per cercare rifugio presso la protezione di potenti signori che disponevano di un esercito personale, visto il crollo dell’impero romano fissato per convenzione nel 476 d.C. Ha così inizio il periodo storico che viene definito Medioevo, termine coniato da Francesco Petrarca nel XIV sec., caratterizzato da una sorta di chiusura culturale e sociale che porta all’affermarsi del feudalesimo in tutto il vecchio continente.
E proprio in questo problematico contesto di crisi si diffondono i cosiddetti bestiari medievali, testi riguardanti il mondo animale visto però sotto un’ottica tipicamente religiosa e addirittura fantastica per certi versi. Nessuno ai nostri giorni crederebbe mai all’esistenza di figure mitiche come draghi, unicorni e chimere, ma nell’alto Medioevo la presenza di queste creature mistiche e magiche allo stesso tempo era ritenuta effettivamente reale e oggetto di discussione reciproca.
Infatti in questo intricato periodo storico la cultura classica gradualmente non viene più presa in considerazione, se non con una rivisitazione in chiave allegorica della visione di vita che faceva emergere, e di conseguenza neanche Aristotele non era più un punto di riferimento come in precedenza era stato per molti. Soltanto la visione del mondo vivente e della natura di Platone contenuta nel Timeo, viene in parte risparmiata da questa censura religiosa in quanto i monaci del tempo ritenevano decisamente a loro favorevole il fatto che per il filosofo greco alla base della creazione di ogni ente vi fosse la volontà di un essere superiore e completo, un divino artefice, che si prestava perfettamente al combaciare con la figura di Dio, in quanto caratterizzato nello stesso modo dogmatico.
I bestiari trattano esclusivamente di animali vivi ed o delle loro proprietà benefiche sull’uomo oppure delle loro caratteristiche immaginarie e simboliche cariche di un senso didattico-allegorico ben calibrato per giungere direttamente agli animi degli uomini medievali che vedevano questi libri come una sorta di enciclopedia scientifica.
