1. Introduzione

  2. Il Physiologus

  3. Descrizione di alcuni animali

  4. Erbario medievale

  5. Lapidario medievale

  6. Bestie, pietre e piante negli scrittori medievali italiani

  7. La filosofia antica nei bestiari

  8. I bestiari nella cultura inglese

  9. Bestiari e arte: il simbolismo nell'arte medievale

  10. Bibliografia

  11. Sitografia

  12. Autori


Descrizione di alcuni animali

L'aquila

De aquila

De aquila dicit David in psalmo centesimo secundo: «Renovabitur ut aquile iuventus tua». Fisiologus dicit de aquila talem habere naturam: cum senuerit, gravantur ale eius et obducuntur oculi eius caligine. Tunc querit fontem aque et contra eum fontem evolat in altum usque ad etheram solis, et ibi incendit alas suas, et caliginem oculorum comburit de radiis solis; tunc demum descendens ad fontem trina vice se mergit et statim renovatur tota, ita ut alarum vigore et oculorum splendore multo melius renovetur. Ergo et tu, homo, sive Iudeus sive gentilis, qui vestimentum habes vetus et caligantur oculi cordis tui, quere spiritualem fontem Domini, qui dixit: «Nisi quis renatus fuerit ex aqua et spiritu sancto, non potest intrare in regnum celorum». Nisi ergo «baptizatus fueris in nomine patris et filii et spiritus sancti » et sustuleris oculos cordis tui ad Dominum, qui est sol iusticie, non renovabitur ut aquile iuventus tua.

L'aquila

Davide dice dell’aquila nel Salmo 102 : "Si rinnoverà come quella dell’aquila la tua giovinezza". Il Fisiologo ha detto dell’aquila che ha questa natura: quando è invecchiata le si appesantiscono le ali e le si oscurano gli occhi. Allora cerca una fonte e vola verso di essa, nella direzione del cielo del Sole e lì, brucia le sue ali e la caligine dei suoi occhi, tramite i raggi del sole, allora di nuovo scende alla fonte e vi si immerge tre volte, ed immediatamente si rinnova del tutto, cosicché rinasce molto meglio nel vigore delle ali e nello splendore della vista. Perciò anche tu, uomo ebreo o non, che porti abiti vecchi ed hai gli occhi del tuo cuore offuscati, cerca la fonte spirituale divina che dice: «Se uno non è rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel Regno dei Cieli». Pertanto «se non sarai stato battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» e non potrai porre i tuoi occhi al cospetto di Dio, che è il sole della giustizia, la tua giovinezza non sarà rinnovata come quella dell’aquila.

L'aquila


Il leone

De natura leonis, bestiarum seu animalium regis

Etenim Iacob, benedicens filium suum Iudam, ait: «Catulus leonis Iudas filius meus, quis suscitabit eum?» Fisiologus dicit tres res naturales habere leonem.

Prima.
Ambulat in montibus, et si contigerit ut queratur a venatoribus, venit odor venatoris; et de cauda sua post tergum cooperit (sic) vestigia sua quocumque ierit, ut secutus venator per vestigia eius non inveniat cubile eius et capiat eum.

Sic et Salvator noster, «spiritualis leo de tribu Iuda, radix Iesse, filius David » missus a superno patre, cooperuit intelligentibus vestigia deitatis sue. Et hoc est: factus est cum angelis angelus, cum archangelis archangelus, cum thronis thronus, cum potestatibus potestas, donec descendit in uterum virginis, ut salvaret hoc quod erraverat humanum genus. Ex hoc, ignorantes eum ascendentem ad patrem, hi qui sursum erant angeli dicebant ad eos qui cum Domino ascendebant: «Quis est iste rex glorie? » Responderunt illi: «Dominus virtutum ipse est rex glorie ».

Secunda natura.

Cum dormierit, oculi eius vigilant, aperti enim sunt; sicut in Canticis Canticorum testatur sponsus dicens: «Ego dormio et cor meum vigilat ».

Ethimologia: Dominus meus obdormiens in cruce et sepultus, deitas eius vigilabat: « Ecce non dormitabit neque dormiet qui custodit Israel».

 

Tercia natura.

Cum leena parit catulum, generat eum mortuum et custodit eum mortuum tribus diebus, donec veniens pater eius die tercio insufflet in faciem eius et vivificet eum.

Sic omnipotens pater Dominum nostrum. Iesum Christum filium suum tercia die suscitavit a mortuis, dicente Iacob: «Dormitabit tanquam leo, et sicut catulus leonis: quis suscitabit eum? »

Ethimologia. Bestiarum vocabulum proprie convenit leonibus, pardis, vulpibus, tygribus, lupis et simiis, ursis et ceteris, que vel ore, vel unguibus seviunt, exceptis serpentibus. Bestie autem dicuntur a vi qua seviunt.

Fere appellantur, eo quod naturali utuntur libertate et desiderio suo ferantur. Sunt enim libere eorum voluntates, et huc atque illuc vagantur, et quo animus duxerit, eo feruntur.

Leonis vocabulum ex greca origine inflexum est in latinum. Grece enim leon vocatur et ex parte corrumpitur. Leena vero a leone, sicut dicitur dracena a dracone. Leo autem grece, latine rex interpretatur, eo quod princeps sit omnium bestiarum.

Cuius genus tripharium dicitur, e quibus breves sunt et iuba crispa, et sunt imbelles; longi et coma simplici acres. Animos eorum frons et cauda indicat; virtus eorum in pectore, firmitas in capite. Septi a venatoribus, venabulis terrentur. Rotarum timent strepitus et magis ignes, et cum timeantur ab omnibus, gallum timent album.

Cum dormit, oculi eius vigilant. Cum ambulat, cauda operit vesstigia sua. Cum parit catulum, tribus diebus et tribus noctibus fertur dormire, donec advenientis patris rugitu et fremitu tremefactus excitetur.

Et partem nature leonis homo fertur habere, quia nisi lesus facile non irascitur. Patet enim eorum misericordia assiduis exemplis. Prostratis enim. parcunt, captivos obvios repedare permittunt, hominem non nisi magna fame perimunt.

 

 

 

La natura del leone, re delle bestie o piuttosto degli animali

Giacobbe infatti, benedicendo suo figlio Giuda dice: «Un giovane leone è Giuda, mio figlio: chi lo desterà?» (Gn. 49, 9). Il Fisiologo dice che il leone ha tre nature.

Prima.
Cammina vagando per i monti, e se gli capita di essere inseguito dai cacciatori, gliene giunge l'odore; con la coda cancella dietro di sé le sue impronte dovunque egli vada, affinché il cacciatore che lo segue per mezzo delle impronte non trovi la sua tana, e non lo catturi.

Cosí anche il nostro Salvatore «leone spirituale della tribú di Giuda, radice di Jesse, figlio di David» (Ap. 5,5), inviato dal padre celeste, celò alle intelligenze le impronte della sua divinità. E cioè: è divenuto con gli angeli angelo, con gli arcangeli arcangelo, con i troni trono, con le potenze potenza, finché è disceso nel grembo della Vergine, per salvare il genere umano che si era smarrito. Per questo non riconoscendo lui che saliva al padre, gli angeli che erano in cielo dicevano a quelli che salivano con il Signore: «Chi è questo re della gloria?» Quelli risposero: «Il Signore delle potenze, egli è il re della gloria» (PS. 23, 8-io).

Seconda natura.

Quando dorme, i suoi occhi vegliano, e infatti sono aperti; come testimonia lo sposo nel Cantico dei Cantici dicendo: «Io dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct. 5, 2).

Etimologia : Il mio Signore dormiva sulla croce e nel sepolcro, la sua natura divina vegliava. «Ecco: non sonnecchierà né dormirà colui che custodisce Israele» (PS. 120, 4).

Terza natura.

Quando la leonessa partorisce un cucciolo, esso nasce morto e morto viene da lei custodito per tre giorni, finché giunge il padre suo al terzo giorno, gli soffia sul volto e gli dà la vita.

Cosí il padre onnipotente il terzo giorno resuscitò dai morti nostro Signore Gesú Cristo suo figlio, come dice Giacobbe: «Dormirà come un leone e come un giovane leone. Chi lo desterà?» (Gn. 49, 9; cfr. Nm. 24, 9).

Etimologia. Il termine «bestie» spetta propriamente ai leoni, ai pardi, alle volpi, alle tigri, al lupi e alle scimmie, agli orsi e agli altri animali che infieriscono o con la bocca o con gli artigli, non ai rettili. Le bestie prendono nome dalla violenza con la quale infieriscono.

Sono chiamate «fiere» per il fatto che godono di una libertà innata e sono guidate (feruntur) dal loro istinto. I loro impulsi hanno infatti libero sfogo; ed esse vagano qua e là, e vanno dove l'umore le guida.

Il termine « leone » è stato adattato in latino dal greco. In greco infatti si dice leon, e in latino questo nome è in parte corrotto. «Leonessa» in verità deriva da «leone», cosí come «dracena» da «drago». Il termine «leone» sia in greco sia in latino ha il significato di «re» per il fatto che questo animale è principe di tutte le bestie.

Si dice che ne esistono tre specie. Quelli tozzi e con la criniera ricciuta sono pacifici; quelli slanciati e con la criniera liscia sono feroci. La fronte e la coda indicano i loro sentimenti; il loro coraggio risiede nel petto, la forza nella testa. Circondati dai cacciatori, sono spaventati dagli spiedi. Temono lo strepito delle ruote e soprattutto il fuoco, e, mentre sono temuti da tutti, sono loro a temere il gallo bianco.

Quando dorme, i suoi occhi vegliano. Quando cammina vagando, copre con la coda le sue impronte. Quando partorisce, si dice che il cucciolo dorme tre giorni e tre notti, finché viene svegliato, scosso dal ruggito e dal brontolio del padre che sopraggiunge.

E si dice che l'uomo ha parte della natura del leone poiché, se non è ferito, non si adira facilmente. La loro clemenza si manifesta in effetti attraverso numerosi esempi: risparmiano infatti chi si prostra davanti a loro, permettono ai prigionieri che incontrano di tornare al luogo di provenienza, non uccidono l'uomo se non per grande fame (Etym. XII, 11, 1-6).

Il leone


La sirena

De sirenis

Ysaias dicit: "Syrena et demonia stabunt in Babilonia, et herinatius et honocentaurus habitabunt in domibus eorum".

Sirene, inquit, animalia sunt mortifera. Phisiologus describit: usque ad umbilicum figuram hominis habent, extrema vero pars usque ad pedes volatilis habet figuram; et musicum quoddam ac dulcisonum melodie cantum canunt ita ut per suavitatem vocis auditus hominum a longe navigantium mulceant et ad se trahant, ac nimia suavitate modulationis prolixe aures ac sensus eorum delinientes in somnum vertant. Tunc deinde, cum viderint eos gravissimo somno sopitos, invadunt eos et dilaniant carnes eorum, ac sic persuavis voces soni ignaros et insipientes homines decipiunt et mortificant sibi.

Sic et illi qui deliciis seculi et pompis et theatralibus voluptatibus delectantur, tragediis ac comediis dissoluti velut gravi somno sopiti, adversariorum preda efficiuntur.

Ethimloogia. Sirenas tres fingunt fuisse, ex parte virgines et ex parte volucres, habentes alas et ungulas. Quarum una voce, alia tibiis, tercia lyra canebat. Que indoctos navigantes pro cantu naufragio periclitari faciebant.

Secundum veritatem autem meretrices fuerunt, que transeuntes deducebant ad egestatem, et his dicuntur inferre naufragia. Alas autem habuisse et ungulas, quia amor et volat et vulnerat. Que ideo in fluctibus commorasse dicuntur, quia fluctus (in) Venerem creaverunt.

 

Le sirene

Dice il profeta Isaia: "La sirena e i demoni vivranno in Babilonia, mentre il riccio e l’onocentauro abiteranno nelle case dei Babilonesi".

Le sirene, dice, sono creature mortali. Il Fisiologo le descrive così: fino all’ombelico hanno figura umana, mentre nella parte inferiore del loro corpo, fino ai piedi, prendono la fisionomia dei volatili; intonano canti melodiosi e dal dolce suono, così che la dolcezza di queste melodie accarezza l’udito degli uomini che giungono da lontano, e grazie ad una straordinaria soavità di suoni, fanno addormentare affascinandogli le orecchie e i sensi.

Allora, quando li vedono sopiti in un sonno profondo, li assalgono e dilaniano le loro carni e fino alla loro morte; così quelle voci dal suono dolcissimo ingannano quegli uomini ignari e inesperti.

Quelli che si dilettano nel lusso di questo mondo e nei divertimenti del teatro, rapiti dal vizio delle tragedie e delle commedie, sono dissoluti in un sonno profondo e sono fatti preda dei vizi, loro avversari.

Etimologia. Si crede che le sirene fossero tre, in parte fanciulle e in parte uccelli, provviste di ali e artigli. Una cantava, la seconda suonava il flauto, la terza la lira. E per la musica facevano rischiare il naufragio agli inesperti naviganti.

In verità furono meretrici, che portavano alla rovina i passanti: a costoro si dice che causavano naufragio. Si dice che avevano ali e artigli, perché l'amore vola e ferisce, e che dimoravano fra le onde, perchè le onde crearono Venere. (Etym. XI, III, 39).


La fenice

De fenice 

Est aliud volatile quod dicitur phenix. Illius figuram gerit Dominus noster Iesus Christus, qui dicit in Evangelio suo: «Potestatem habeo ponendi animam meam et iterum sumendi eam». Propter hec verba irati sunt Iudei et volebant eum lapidare. Est ergo avis in Indie partibus que dicitur phenix. De hac dicit Phisiologus quia, expletis quingentis annis vite sue, intrat in lignis Libani et replet utrasque alas diversis aromatibus. Et quibusdam indiciis significatur sacerdoti civitatis Eliopolis mense novo, id est Nisan, aut Adar, id est sarmat, aut famenoht, quod est aut marcio, aut aprili mense. Cum autem hoc significatum fuerit sacerdoti, ingreditur et implet aram de lignis sarmentorum. Cum advenerit volatile, intrat in civitatem Eliopolim, impletum omnibus aromatibus in utrisque alis suis; et statim videns factam struem sarmentorum super aram, ascendit, et circumvolvens se de aromatibus, ignem ipse sibi incendit et se ipsum urit. Alia autem die veniens sacerdos exustaque ligna, que composuit super aram, scrutans, invenit ibi vermiculum modicum suavissimo odore fragrantem. Secundo vero die invenit iam aviculam figuratam. Rursum tercia die veniens sacerdos, invenit eam iam in statu suo integram atque factam avem fenicem. Et vale dicens sacerdoti, evolat et pergit ad locum suum pristinum. Si vero volatile hoc potestatem habet mortificandi se et rursum semetipsum vivificare, quo modo stulti homines irascuntur in verbo Domini nostri, qui ut verus homo et verus Dei filius «potestatem habuit ponendi animam suam et iterum sumendi eam». Ergo sicut iam supra dixiums, personam accipit Salvatoris nostri, qui de celo descendens alas suas replevit suavissimis odoribus novi ac veteris testamenti, sicut ipse dixit: « Non veni legem solvere, sed adimplere». Et iterum: «Sic erit omnis scriba doctus in regno celorum, proferens de thesauro suo nova et vetera». Ethimologia. Penix, arabie avis, dieta quod colorem feniceum habeat, vel quod sit in toto orbe singularis et unica. Nam arabes singularem et unicam fenicem vocant. Hec quingentis et ultra annis vivens, dum se viderit senuisse, collectis aromatum virgultis rogum sibi instruit et conversa ad radium solis alarum plausu voluntarium sibi incendium nutrit, sicque iterum de cineribus suis resurgit.

 

La fenice

C’è un altro volatile che è detto fenice. Nostro Signore Gesù Cristo ha le sua figura, e dice nel Vangelo: "Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta". Per queste parole i Giudei si erano scandalizzati e volevano lapidarlo. C’è dunque un uccello, che vive in alcune zone dell’India, detto fenice. Di lui il Fisiologo ha detto che, trascorsi cinquecento anni della sua vita, si dirige verso gli alberi del Libano, e si profuma nuovamente entrambe le ali con diversi aromi. Con alcuni segni si annuncia al sacerdote di Eliopoli nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth, o di Farmuthì. Dopo che il sacerdote ha avvertito questo segnale, entra e carica l’altare di sarmenti di legno. Quindi il volatile arriva, entra nella città di Eliopoli, pieno di tutti gli aromi che sprigionano entrambe le sue ali; ed immediatamente vedendo la composizione di sarmenti che è stata fatta sull’altare, si alza e, circondandosi di profumi, un fuoco si accende da solo e da solo si consuma. Poi, un altro giorno, giunse un sacerdote e, dopo aver bruciato la legna che aveva collocato sopra l’altare, trovò qui, osservando, un modesto vermicello, che emanava un buonissimo odore. Poi, al secondo giorno, trovò un uccellino raffigurato. Il terzo il sacerdote tornò a vedere e notò che l’uccellino era divenuto un uccello fenice. Una volta salutato il sacerdote, volò via e si diresse al suo luogo antico. Se invero questo uccello ha il potere di morire e di nuovo di rivivere, nel modo in cui gli uomini stolti si adirano per la parola di Dio, tu hai il potere come vero uomo e vero figlio di Dio, hai il potere di morire e di rivivere. Dunque come ho detto prima, l’uccello prende l’aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell’Antico Testamento, come egli stesso disse : «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo : «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro». Etimologia. La fenice, uccello d’Arabia, è chiamata tale per il suo colore rosso, o perché è unico in tutto il mondo. Infatti gli Arabi chiamano la fenice come uccello unico e solo. Questo, vivendo oltre cinquecento anni, finché si vede invecchiato, raccolti dei rami profumati, si costruisce un rogo e, volta alla luce del sole, con grande battito delle ali, si procura un incendio volontario, e così di nuovo risorge dalle sue ceneri.


L'antilope

Vari bestiari medievali descrivono l’antilope come «una bestia forte e crudele, che possiede due lunghe corna seghettate molto robuste e taglienti, tanto che è in grado di segare i tronchi degli alberi più grandi: a causa di questo il cacciatore non le si può avvicinare per cacciarla. Quando ha sete, va a bere l’acqua del fiume Eufrate, presso le quali ci sono alberi di salice. L’antilope gioca sulle rive a incornare i ramoscelli dei salici, ma rimane impigliata; allora pesta e salta, strappa e tira per cercare di divincolarsi, e grida per l’ angoscia e per l’ affanno, perché di lì non può fuggire, ma invano. Quando il cacciatore, che si trova poco lontano,  la sente urlare, corre immediatamente in quel luogo e la uccide senza esitazione.» Quasi identica è anche l’ammonizione religiosa: «Questa bestia, non dubitatene, simboleggia l’uomo che pratica l’astinenza e che osserva con obbedienza. Chi possiede le due corna (il Vecchio ed il Nuovo Testamento), e vuole rispettare i dettami della religione, può tagliare ed amputare i peccati e di vizi corporali. Deve però stare attento a non rimanere intrappolato nel vizio del bere, del gioco e delle donne: è nella voluttà della lussuria che il demonio accorre e ci uccide come il cacciatore con l’antilope.»

L'antilope


L'aquila

I bestiari medievali dicono dell’aquila che: «Quando invecchia, le sue ali si appesantiscono e la sua vista è offuscata da un velo opaco. Allora cerca una sorgente di acqua e sopra quella sorgente vola in alto fino al cielo del sole, e lì incendia le sue ali, e brucia con i raggi del sole il velo che le offusca la vista; infine, scendendo alla sorgente, si immerge tre volte  e subito si rinnova tutta, così che riacquista in misura superiore a quella originaria il vigore delle ali e la limpidezza della vista.» Si nota una forte somiglianza con l’ immagine della fenice; se non fosse per la differenza tra le esortazioni religiose: «Dunque anche l’uomo deve cercare la sorgente spirituale del Signore che disse:” Chi non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito santo non potrà entrare nel regno dei cieli” ( Jo. 3,5). Infatti se l’uomo non sarà “battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo” e non avrà sollevato gli occhi del suo cuore al Signore, che è sole di giustizia, non si rinnoverà come quella dell’aquila la sua giovinezza.» Infine un’ appunto sull’ origine del nome dell’ animale: «Il nome dell’aquila deriva dall’acutezza (acumen) della vista.»

L'aquila


Il castoro

Il racconto dei bestiari riguardo al castoro è molto curioso: «Esiste un animale di nome castoro, assai docile,mansueto e veloce come una lepre, i cui organi sessuali sono utili come medicinali. Quando è inseguito da un cacciatore - e si rende conto di non avere una via di fuga - si trancia i testicoli con i denti e li getta in terra: così infatti il cacciatore, che vuole proprio quelli, li prende e lascia in pace la bestia. Se poi questa s’imbatte in un altro cacciatore e viene inseguito, si getta a terra supino, gli mostra il posteriore, gli indica quindi che è castrato e che invano è stato cacciato. In tal modo il cacciatore, rendendosi conto che è privo degli organi sessuali, si allontana». Anche il significato del racconto è condiviso da quasi tutti i bestiari, che ammoniscono: «Coloro che vogliono piacere a Dio, devono comportarsi allo stesso modo: quando il diavolo li ha incatenati ed essi sono graviti dai peccati, e quello sta per farli precipitare all’ inferno, allora devono peccati, e gettarli fuori. Rendiamo al diavolo il suo, rinneghiamo tutte le sue opere; dobbiamo rivolgerci a Dio dal quale proviene ogni bene. Dobbiamo vivere in carità, adorare Dio e pregarlo che possiamo arrivare alla morte con una sincera confessione.»

Il castoro


La fenice

La fenice, un animale fantastico e mitico, ha alcune caratteristiche che lo rendono unico tra tutti gli animali, come affermano tutti i bestiari: «C’è un uccello che ha nome fenice: nel sacro scritto troviamo che quell’uccello non è comune, perché non ne è esistito che uno. Esso è un uccello molto grazioso, e canta molto bene, ma la cosa più sorprendente è la sua proprietà: trascorsi 50 anni di vita, la fenice vola alla ricerca di un albero di nome libano, dove trova preziosi unguenti ed aromi. Fa un bel mucchio di tutte quelle spezie e di pietre preziose, e le porta in un unico posto.» Sono evidenti le variazioni tra le versioni dei bestiari: l’ età della fenice varia da 50 a 500 anni, in alcuni le spezie e le gemme vengono cercate e preparate su un altare da un sacerdote.  Il racconto continua: «Quindi, quando è pronta, fa sprizzare il fuoco dalle pietre, sbatte le ali per alimentarlo e, una volta che quello è abbastanza forte, si lascia cadere tra le fiamme e viene incenerita completamente. Il primo giorno da quella cenere spunta un vermicello; durante il secondo è già diventato un uccellino. Infine, il terzo ed ultimo giorno, l’ uccellino riprende forma di fenice ed è tutto rinnovato.» Infine il significato religioso della fenice: «Quell’ uccello simboleggia Cristo, che scese dal cielo per colmarsi del vecchio e del nuovo testamento, e, dopo che fu crocefisso, il terzo giorno risuscitò. Così infatti aveva detto Dio: “Io ho il potere di dare e di togliere la vita”, ed infatti a Gesù era stata tolta la vita che poi si era ripreso.»

La fenice


L'idra

Esistono differenti versioni dell’idra all’ interno di diversi bestiari; il racconto più ricorrente è questo: «C’ è un animale che viene dal fiume Nilo, il cui nome è Idra. Il Phisiologus dice di lui che è un animale somigliante a un serpente a molte teste, decisamente ostile al coccodrillo. Quando ne vede uno che dorme sulla riva del fiume con la bocca aperta, va a rotolarsi nel fango argilloso per poter scivolare meglio nelle fauci del coccodrillo. Poi si avvicina alla bestia dormiente e la sveglia; questa, colta di sorpresa, inghiotte viva l’idra, che scivola nelle sue viscere e ne esce dopo averle tutte dilaniate.» Il testo continua descrivendo il significato religioso dell’ animale: «L’ Idra in verità è l’ immagine di Dio, che fu inghiottito dall’inferno, quando quello era ancora era aperto e in quiete. Da lì liberò i suoi, e dilaniò quel luogo mostruoso. Così fu la morte dell’inferno, e  Dio trasse fuori i buoni in tal modo da lasciare dentro i malvagi.  Dio, quindi, fu “morsicatura”, come dice la Scrittura.» Il bestiario d’amore, infine,  aggiunge un’ altra proprietà dell’ idra:  «quando ha perduto una delle sue teste, ne genera altre e trae profitto dal danno subito. Essa, dice ancora, simboleggia l’uomo che è tradito dalla sua donna, e per l’ insulto la tradisce sette volte.»

L'idra


La volpe

I bestiari riportano una versione molto suggestiva delle proprietà della volpe: «La volpe è un animale astuto, fraudolento ed ingannatore. Quando ha fame e non trova di che mangiare, va dove c’è della terra rossa e vi si rotola sopra, così da apparire tutta insanguinata. Poi si getta a terra e vi si rovescia come morta, trattiene il fiato e si gonfia tanto che quasi non respira più. Gli uccelli, vedendola giacere così gonfia ed insanguinata, e vedendo la sua lingua fuori dalla bocca aperta, credono che sia morta, così le si posano sopra. Ma quella, appena sente posarsi le zampe degli uccelli, li ghermisce e li mangia.» L’ ammonizione religiosa, prevedibilmente, recita: «La volpe invero è la figura del diavolo. Con tutti coloro che vivono secondo la carne egli si finge morto; ma benché tenga i peccatori nella sua strozza, tuttavia per gli uomini spirituali e religiosi esso è veramente morto e inoffensivo. Coloro che vivono carnalmente, intenti alle opere del demonio, sono tenuti schiavi da lui, e, fatti suoi complici, poi insieme a lui periranno e verranno divorati.»

La volpe


Ritorna all'Indice