I dati che vengono qui presentati sono il risultato di una ricerca condotta dall'Istituto bergamasco per la storia del movimento di liberazione.
La ricerca rappresenta uno sforzo di interpretazione del fenomeno Resistenza nell'ambito della provincia di Bergamo che vada oltre l'ufficialità celebrativa ed il reducismo partigiano per cercare di effettuare una lettura della dimensione sociale della Resistenza. I risultati dell'indagine, oltre a fornire un quadro riassuntivo della CONSISTENZA DELLE DIVERSE FORMAZIONI PARTIGIANE operanti nella Bergamasca, permettono anche di ricostruire un ritratto preciso dell'uomo partigiano sulla base dell'AREA GEOGRAFICA DI PROVENIENZA, del LIVELLO DI SCOLARITA’, dell ETA’ e della PROFESSIONE. Chi entra nell'organizzazione della Resistenza armata, in molti casi per ragioni di sicurezza personale, abbandona il proprio nome d'origine e ne assume uno diverso. La scelta dei nomi riflette in genere la composizione sociale delle formazioni, in quanto ne conferma in modo indiretto ma eloquente il carattere popolare. La maggior parte di essi, infatti, sono presi a prestito dalle più svariate provenienze, i fenomeni atmosferici (TORMENTA, FULMINE, TEMPESTA…), gli elementi della natura (MONTAGNA, QUERCIA, FERRO, FIAMMA), gli animali (PANTERA, LUPO, NIBBIO, CAMOSCIO, SCOIATTOLO…), i romanzi d'avventura - spesso graficamente deformati (TREMALNAICH, TOMMIX, TARZAN, D'ARTAGNAN, ZORRO, KIM...) - e rispondono ad autodefinizioni rafforzative e di gratificazione, con diverse sfumature di astuzia, di forza, di destrezza e di crudeltà, secondo quella "retorica inconsapevole e innocua... di tipica estrazione popolare". Parecchi altri nomi, quasi in contrapposizione con i precedenti, accentuano le caratteristiche fisiche ma anche i difetti di colui che lo porta (LUNGO, VECIO, NEGHER, OMASSI’, INVALIDO, GAEL...). Non sono rari anche i partigiani che adottano semplicemente il loro nome anagrafico (MARIO, VELIO, ADRIANO ..), o semplici aggiustamenti dello stesso (BEPI, DAMI...), oppure un nome proprio (RENATO, RENZO, RATTI... ) o il soprannome della famiglia (BURTEI, MAGISTRA, TRUSCHI’...).
Alni nomi ancora sfuggono a precise categorizzazioni, tipo quelli di origine straniera (SASCIA, WOLF, BRACH…) ma soprattutto quelli di derivazione dialettale, in cui si ritrova a volta un'autentica creatività popolare non disgiunta da una più o meno involontaria ironia (SBAFI’, MAISTRACH...) Rari sono i nomi con riferimenti politici (TITO, STALIN, MATTEOTTI ) anche se caratteristica e significativa appare la scelta di due fratelli, militanti comunisti, che assumono rispettivamente i nomi di FALCE e MARTELLO.da "E sulla terra faremo libertà: immagini e documenti della Resistenza bergamasca" a cura di Roberto Calati e Francesco Trombetta
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Rilevazione su 2986 partigiani, anno di riferimento 1944, età media 25 anni e 9 mesi
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Schede biografiche di alcuni partigiani operanti in provincia di Bergamo
(I partigiani della 53a Brigata Garibaldi)
Giuseppe Brighenti, Nato a Endine nel 1924, fu uno dei primi che entrarono a far parte della 53ª Brigata Garibaldi con lo pseudonimo di «Brach», il 19 giugno 1944, quando il gruppo era ancora molto disorganizzato e contava solo poche decine di membri. La sua prima missione con la Brigata fu la retata alla sede del fascio di Gandino, guidata dal comandante «Montagna», nella notte tra l’11 e il 12 Luglio ’44, in seguito alla morte dei due compagni, Cazzaniga e Fontana. La sua prima mansione, all’interno della brigata, fu quella di cuciniere. Il 15 Luglio dello stesso anno, fece parte della spedizione che prevedeva lo spostamento dall’altopiano del campo d’avene (Gandino) alle pendici del monte Torrezzo (Sovere), con lo scopo di far perdere le tracce della brigata ai nazifascisti. Sceso a Piangaiano per i rifornimento, con il compagno G. Berta «Leo», riuscì a sfuggire ad un posto di blocco tedesco, in sella ad una bicicletta. Fu apprezzato per il suo coraggio durante la battaglia di Fonteno, il 31 agosto del 1944, nella quale venne nominato comandante del distaccamento che faceva fronte ai tedeschi. Sopravvisse al rastrellamento di Malga Lunga, riuscendo a fuggire nella notte del 17 Novembre. Fu proprio lui, con il comandante Brasi, a ritrovare il corpo di Zedurri «Tormenta», tre giorni dopo. Dopo la liberazione fu eletto sindaco di Endine, svolse in seguito attività sindacale e politica, divenendo parlamentare per il partito comunista italiano. Attualmente, a 79 anni, risiede nel suo paese natale.
Giorgio Ten. Paglia, nato a Nese il 9 Marzo 1922, dopo essersi arruolato nell’esercito, divenne ufficiale degli alpini. Si unì alla 53ª Brigata Garibaldi subito dopo l’uccisione dei nazisti che avevano assassinato a tradimento G. Cazzaniga e T. Fontana, l’11 Luglio 1944. Dopo essere stato sorpreso dall’avanzata del drappello della divisione “Tagliamento Fascista”, durante il rastrellamento del 17 Novembre 1944, progettò e diresse il contrattacco, presso la Malga Lunga, ove persero la vita M. Zedurri ed E. Ilarion «Starich». Essendosi inceppato il mitragliatore che utilizzava per far fronte al nemico, decise di tentare la ritirata, rotolandosi nella neve, ma fu catturato poco dopo con cinque suoi compagni. A niente valsero i tentativi di liberarlo, da parte dei tre partigiani che, quella notte, erano riusciti a sfuggire ai fascisti. In seguito venne deportato prima a Sovere e poi a Costa Volpino. Qui fu condannato a morte con tutti i suoi fedeli commilitoni. Commovente ed eroico fu l’atto del tenete Paglia che, davanti al plotone d’esecuzione, rifiutò la grazia offerta a lui solo perché figlio della medaglia d’Oro Guido Paglia, rispondendo: «O tutti o nessuno!». E volle essere fucilato per primo. Il suo ultimo pensiero fu per la madre. Togliendosi il cappello da alpino, lo gettò alle donne che assistevano dicendo: «Portatelo a mia madre!». Morì fucilato il 21 Novembre 1944: aveva solo 22 anni. Una lapide commemorativa è posta, a ricordo del suo estremo atto, nel cimitero di Costa Volpino.
Mario Zedurri, nato a Bergamo nel 1925,si arruolò nella 53ª brigata Garibaldi l'1 Luglio 1944 assumendo il nome di battaglia di «Tormenta»; venne assegnato alla squadra di Giorgio Paglia. Partecipò attivamente a tutte le azioni della brigata. Fu ritrovato nel bosco di Torrezzo con il compagno «Modena» dal partigiano G. Berta, dopo essere stato gravemente ferito ad un piede. Si assentò dalla formazione per curare la ferita, ospitato nella casa di Andrea Zoppetti a Valmaggiore. Rientro il 16 Novembre, felice di riprendere il suo posto, ignaro che il giorno seguente sarebbe stato ucciso. Nella notte tra il 17 e il 18 Novembre, presso la Malga Lunga, sul confine tra Gandino e Sovere, venne colpito da un proiettile mentre combatteva contro la divisione “Tagliamento Fascista” durante un rastrellamento: fu pugnalato a morte assieme al compagno Starich, dopo essere stato catturato. Il suo corpo straziato fu ritrovato in una fossa, scavata dai fascisti, dal comandante della brigata, la notte del 20 Novembre, dopo che il gruppo era tornato alla malga per rendersi conto della situazione. Accanto al cadavere venne rinvenuta una lettera che lo stesso Zedurri doveva consegnare all’amico L. Zanoni dopo la ferita di Fonteno: “Caro Luigi, sono ferito. Ti prego di farlo sapere a mio papà che forse sarà già in città, ma ti scongiuro di dirgli di non far sapere nulla alla mamma assolutamente, perché ne soffrirebbe troppo. Non è nulla di grave”.
Nel 1981, alla Malga Lunga, venne posta una lapide, per commemorare le sue gesta.