- Poesia
Nell'immediato secondo dopoguerra, dopo la sconfitta del fascismo ed il ripristino delle libertà democratiche, molti scrittori furono animati da un senso di rivalsa e si impegnarono nel ridisegnare l'immagine e la funzione dell'intellettuale in generale e dello scrittore in particolare, dando vita a quella tendenza letteraria che è stata definita del neorealismo.
Gli scrittori degli anni Cinquanta parteciparono attivamente alla vita dei partiti politici, schierandosi in gran parte con quelli che apparivano meno conservatori, più riformisti e rivoluzionari. E fu proprio il Vittorini che, con la sua rivista "Il Politecnico" (1945-1947), tentò di chiarire la qualità delle nuove istanze letterarie: egli affermava che la cultura tradizionale era stata semplicemente "consolatoria" delle sofferenze umane, senza mai impegnarsi nella lotta di difesa degli umili contro i soprusi dei potenti e che questo atteggiamento aveva consentito, ad esempio, l'avvento del fascismo; era necessario pertanto rigenerare la nozione stessa di "cultura" e chiamare tutti gli intellettuali, e soprattutto gli scrittori, ad un impegno concreto di lotta civile. La preferenza degli scrittori della resistenza fu per il racconto, per due principali cause:
1. l'inutilizzabilità delle formule classiche del romanzo;
2. la preoccupazione ideologica e morale di aderenza alla verità storica.
Alcuni romanzi nati dalla resistenza, la rappresentano non nella rigorosa aderenza storica ai fatti, ma nell'atmosfera che riescono a riprodurre. Sono romanzi di autori diversi e scritti, per la maggior parte, subito dopo la fine dei venti mesi di lotta armata compresi tra l’8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945. Gli scrittori sono intellettuali che hanno vissuto in prima persona la drammatica esperienza della guerra civile e, nell'urgenza di raccontare, danno alla narrazione ciascuno un taglio particolare, ben esemplificato nella figura del protagonista.
ALCUNI ROMANZI
I. CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Meridiani Mondatori, 1947
C. CASSOLA. La ragazza di Bube, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1960
B. FENOGLIO, Il partigiano Johnny, Torino, Einaudi tascabili, 1968
B. FENOGLIO, La paga del sabato, Torino, Einaudi tascabili, 1969
B. FENOGLIO, Una questione privata, Torino, Einaudi tascabili, 1963
B. FENOGLIO, Primavera di bellezza, Torino, Einaudi tascabili, 1959
C. PAVESE, La casa in collina, Torino, Einaudi tascabili, 1949
R. VIGANO’, L'Agnese va a morire, Torino, Einaudi tascabili, 1949
E. VITTORINI, Uomini e no, Milano, Oscar Mondatori, 1945
C. PAVESE, Il compagno, Torino, Einaudi, 1947
UOMINI E NO
Il romanzo è ambientato nell'inverno del 1944 a Milano, città invasa e controllata dai tedeschi contro i quali lottano per la Resistenza numerosi partigiani. Il protagonista, Enne2, è uno di loro. Quest'ultimo entra in scena per la prima volta quando riconosce una sua amica, Berta, nei pressi di Porta Venezia. I due si conoscono da molto tempo e tra loro è nato un amore che si può dire impossibile poiché lei è già sposata e ha dovuto allontanarsi da Milano a causa della guerra. Si dirigono insieme verso la sua casa quando s'imbattono in un gruppo di soldati e dovendo così cambiare strada si rifugiano in casa di Selva, un'anziana signora che aiuta i partigiani offrendo loro rifugio. Partigiani che, avendo intenzione di uccidere i generali nemici, programmano minuziosamente le loro azioni affinché ogni cosa riesca perfettamente. La mentalità di queste persone era, infatti, quella di non arrendersi mai pur sapendo che avrebbero potuto morire. A suddetta mentalità è contrapposta quella nazista che mira a rappresaglie dirette perlopiù contro persone innocenti. Un episodio rilevante è la reazione di Cane Nero, gerarca nazista, che dopo un attacco al tribunale, dove si stavano decidendo delle fucilazioni, dà in pasto ai suoi cani un malato senza colpe. Nel frattempo Enne2 e Berta si rivedono ancora due volte ma lei infrange il sogno d'amore del protagonista, dicendogli che la loro relazione sarebbe impossibile. Enne2 entra così in una crisi esistenziale che lo porta a riflettere sulla guerra, sui suoi compagni caduti e sulla natura della malvagità umana. Egli viene localizzato dai nemici, ma si rifiuta di fuggire e aspetta il loro arrivo per affrontare e uccidere in un ultimo duello Cane Nero, compiendo così fino in fondo il suo compito. Dopo la sua morte le azioni partigiane continuano e la guerra volge al termine, così il suo sacrificio non è stato vano e il fine ultimo è stato raggiunto.
IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO
Il romanzo narra le vicende di Pin, un ragazzino dei bassifondi genovesi coinvolto dagli eventi straordinari della guerra e della lotta partigiana. Le sue vicissitudini iniziano da quando, per istigazione di alcuni avventori dell'osteria dove egli si reca abitualmente, ruba al tedesco amante della sorella, la Nera del Carrugio Lungo, la sua pistola, nascondendola poi in un posto noto a lui solo, il luogo dove fanno il nido i ragni. Preso dai tedeschi e messo in prigione, vi incontra Lupo Rosso, un giovane partigiano già entrato nella leggenda locale per le sue imprese, il quale lo fa evadere con lui. Abbandonato da Lupo Rosso, Pin incappa nel cugino, un partigiano solitario, nemico speciale delle donne da quando è stato tradito dalla moglie. Cugino lo porta con sé all'accampamento del Dritto, che comanda un nucleo di partigiani formato dagli "scarti" degli altri gruppi. Pin vi si inserisce senza disagio, divenendo presto motivo di divertimento per quegli uomini che egli allieta con i suoi canti e punzecchia con le sue ironie di bimbo troppo smaliziato. Per colpa del Dritto l'accampamento va a fuoco e la compagnia è costretta a trasferirsi. Il Dritto dovrà pagare per le sue responsabilità, intanto gli altri devono impegnarsi in una grossa azione di guerriglia. Pin è di nuovo solo, ha perso anche la sua pistola, prelevata dal nascondiglio da Pelle, un ragazzo partigiano poi passato nella brigata nera. Torna dalla sorella e ritrova la sua arma presso di lei, cui l'ha donata Pelle stesso. Felice, Pin scappa di nuovo col suo tesoro e di nuovo incontra il Cugino, il quale si fa dare da lui l'indirizzo della sorella, col pretesto di volersi scapricciare con lei, ma in realtà, come si intuisce, per ucciderla, poiché la donna è diventata una pericolosa spia fascista.
Tutti i film del dopoguerra raccontarono la Resistenza portando sullo schermo i medesimi protagonisti, la medesima società e le medesime circostanze.
La differenza stava nel modo in cui gli elementi erano messi in scena, ossia nel diverso modello storiografico proposto. Dalle opere realizzate negli anni dal 1945 al 1949 emergono sostanzialmente due concezioni storiografìche: la Resistenza come lotta popolare interclassista, vista come "l'impeto unanime di una nazione compatta non solo nel rifiuto dell'oppressione ma anche nell'azione militare", in cui il popolo appare come una massa indifferenziata, portatrice di valori generici, quali la solidarietà e l'umanità, e la Resistenza come una fase significativa dello scontro di classe, in cui il popolo, invece, è più articolato e composto da gruppi ben definiti, tutti sostenitori di precise rivendicazioni sociali e politiche: gli operai, i contadini - che si distinguono a loro volta in affittuari e salariati - i piccoli borghesi sfollati.
Le categorie messe in scena dal cinema resistenziale del dopoguerra sono dunque quella della lotta di Liberazione, che coinvolge un intero popolo, e quella della lotta di classe.
E’ praticamente assente l'immagine della Resistenza come guerra civile - scontro di italiani contro italiani -, come testimonia il diverso ruolo assegnato nei vari film ai nazisti e ai fascisti. Nella maggior parte dei casi l'avversario principale dei partigiani è il nazista, lo straniero che occupa il suolo nazionale e da cui bisogna liberarsi. Egli è raffigurato come incarnazione del male, nemico del genere umano: verso di lui non si può provare né comprensione né pietà, tanto atroci e disumane sono le sue azioni. I lineamenti rigidi e la statica smorfia dei personaggi tedeschi esprimono tutta la crudeltà di cui il nazismo era capace e si contrappongono all'umanità dei tratti e dei gesti di chi lo combatteva.
Ad accentuare l'estraneità e l'arroganza degli invasori c'è poi l'espediente linguistico utilizzato in tutti i film: far parlare i tedeschi, tra di loro e con la popolazione, in tedesco, così che il tono aspro e il significato oscuro delle parole li rende ancora più temibili agli occhi degli italiani. I fascisti sono invece quasi del tutto assenti nei film. Quando compaiono, non vengono mai demonizzati o assimilati ai nazisti e si distinguono per la loro mancanza di coscienza politica.
ALCUNI FILM
Roma città aperta, Roberto Rossellini, 1945
Paisà, Roberto Rossellini, 1946
Achtung! Banditi, Carlo Lizzani, 1951
Il generale della Rovere, Roberto Rossellini, 1959
Le quattro giornate di Napoli, Nanni Loy, 1962
I piccoli maestri, Daniele Luchetti, 1998
Il sole sorge ancora, Aldo Vergano, 1946
Caccia tragica, Giuseppe De Santis, 1947
Era notte su Roma, Roberto Rossellini, 1960
La lunga notte del '43, Florestano Vancini, 1960
Il terrorista, Gianfranco De Bosio, 1943
Giorni di gloria, Luchino Visconti, Marcello Pagliero, Giuseppe De Santis, Mario Serandrei, 1945
ROMA CITTA' APERTA
Nella Roma del 1943-44, occupata dai nazifascisti, la lotta, le sofferenze, i
sacrifici della gente sono raccontati attraverso le vicende di una popolana,
di un sacerdote e di un ingegnere comunista: la prima è abbattuta da una
raffica di mitra, il terzo muore sotto le torture; il secondo viene fucilato
all'alba alla periferia di Roma, salutato dai ragazzini della sua parrocchia.
Girato tra difficoltà economiche e organizzative di ogni genere, il film
impose in tutto il mondo una visione e rappresentazione delle cose vera e
nuova, cui la critica avrebbe dato poco più tardi il nome di neorealismo.
Specchio di una realtà come colta nel suo farsi, appare oggi come un'opera
ibrida in cui il nuovo convive col vecchio, i grandi lampi di verità con
momenti di maniera romanzesca, in bilico tra lirismo epico e retorica
populista. La stessa lotta antifascista è raccontata ponendo l'accento sul
piano morale più che su quello politico, il che non gli impedì di essere il
film giusto al momento giusto e di indicare attraverso le figure del comunista
e del prete di borgata il tema politico centrale dell'Italia nel dopoguerra.
PAISA'
Sei episodi della seconda guerra mondiale in Italia, seguendo l'avanzata degli Alleati angloamericani dallo sbarco in Sicilia sino alla lotta partigiana sul delta del Po, passando per Napoli, Roma, Firenze e un convento dell'Emilia. Uno dei vertici del neorealismo italiano che porta a un grado di incandescenza espressiva e di autenticità tragica la materia della cronaca. E un potente affresco collettivo che ha le sue punte alte nell'episodio fiorentino e soprattutto in quello finale. Girato con attori non professionisti.
ACHTUNG! BANDITI!
La guerra partigiana a Genova e nell'Appennino ligure dall'organizzazione clandestina in città e nelle fabbriche fino alla battaglia aperta sui monti e al passaggio dei repubblichini tra le file dei partigiani. Realizzato in formula cooperativa, il film di Lizzani è apprezzabile per le intenzioni più che per i risultati. Un po' troppo didattico, ha qualche momento efficace. Lollo spaesata. Giuliano Montaldo appare nel ruolo del commissario Lorenzo.
IL GENERALE DELLA ROVERE
Nella Milano del '43 Bertone, anziano imbroglione, arrestato dalle SS tedesche, si spaccia per generale badogliano della Resistenza e s'immedesima tanto nella parte che si fa fucilare. Tratto da un racconto di Indro Montanelli, è il meno originale degli ultimi film di Rossellini, girato su commissione a basso costo, ma il più efficace e accattivante, di notevole interesse tecnico-stilistico per una serie di espedienti che il regista avrebbe poi usato nel suo lavoro per la TV. Vittorio De Sica modula da maestro il suo gigionismo. Leone d'oro a Venezia ex aequo con La grande guerra di Mario Monicelli.
LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI
Dal 28 Settembre all’1 Ottobre 1943 il popolo napoletano sentì di avere davanti non soltanto i tedeschi del colonnello Scholl da buttar fuori, ma tutti gli affamatori e oppressori stranieri del passato. Prodotto dalla Titanus, è un film corale dal ritmo largo che alterna belle pagine a ridondanze retoriche, mescolando con sagacia volti e casi privati con l'epopea collettiva. Il soggetto originale è di Vasco Pratolini. Qualche tarantella di troppo nella colonna musicale di C. Rustichelli.
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ALLE FRONDE DEI SALICI (Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno, 1947) E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull'erba dura di ghiaccio, al lamento d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento. |
UOMO DEL MIO TEMPO (Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno, 1947) Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo dei mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, - t'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta. E Questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all'altro fratello: -Andiamo ai campi. - E quell'eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore. |