PALACREBERG - BERGAMO - VENERDI' 30 MARZO 2007

 

Il Liceo Amaldi collabora con il "Fantoni" di Clusone per la realizzazione del 10° Concerto per la Pace.

 

Grazie a tutti

 

particolare della locandina, di Umberto Gamba

 

Di seguito il testo guida, scritto da Merlini Damiano e Nicola Andreoletti, che offrirà i contenuti di riflessione per il 10° Concerto per la Pace, dal titolo "I care... Peace".

 

I CARE…PEACE

Cari giovani,

per un attimo togliete il telefonino dall’orecchio, abbassate il volume dello stereo, staccate gli occhi dal televisore. E ascoltate. Lo sentite? È il rumore della guerra. Vi capita mai di pensare a cosa fare per ridurlo al silenzio? Non dite  “non c’entro”,  “non è colpa mia”. Perché non potete chiamarvi fuori. Dal momento che vivete su questa terra e in questo tempo, la guerra è anche affar vostro. Non solo di Bush o Bin Laden.

Don Lorenzo Milani diceva che bisogna avere il coraggio di dirvi che siete “tutti sovrani” e che “ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”. Sulla parete della stanza dove faceva scuola ai ragazzi di Barbiana volle che fosse scritto “I care”. Significa “Mi importa”, “Mi sta a cuore”. È l’esatto contrario del motto fascista “Me ne frego”.

Dovreste scriverlo anche sui muri delle vostre aule. Per non dimenticare mai di essere cittadini del mondo. Per avere continuamente sotto gli occhi e nel cuore quei milioni di persone che soffrono a causa delle guerre ancora oggi in corso in ogni angolo del pianeta.

Imparate a dire “I care… Palestina, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, Cecenia, Georgia, Algeria, Ciad, Darfur, Costa d’Avorio, Nigeria, Somalia, Uganda, Burundi, Congo, Angola, Pakistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Nepal, Birmania, Indonesia, Filippine, Colombia”.

Imparate a dire “I care… peace”.

 

GUERRE INGIUSTE

Il rumore delle guerra io l’ho sentito, anzi, l’ho visto e lo vedo tuttora. I miei occhi di giornalista reporter ormai faticano a trattenere le lacrime e le infinite atrocità della guerra. Eppure contino a guardare, osservare e scrivere, per dovere di cronaca e perché non possiamo tirarci indietro e far finta di niente: è l’effetto positivo della globalizzazione per cui siamo tutti legati gli uni agli altri.

Oggi vedo la guerra qui in Libano, come l’anno scorso guardavo la guerra in Iraq e l’anno prima quella in Afghanistan. In qualsiasi latitudine o longitudine mi sia trovato, soprattutto in questi ultimi 10 anni, la guerra è sempre la stessa: gli stessi orribili effetti e le stesse drammatiche conseguenze.

Vi scrivo perché, per convincervi, vi diranno che nessuno è così pazzo da voler fare la guerra se non perché vi è una causa. Vi diranno  di non guardare e giudicare la guerra partendo dagli effetti, ma dalle cause che l’hanno resa necessaria. E questo non perché vogliono la vostra obbedienza al sistema (sarebbe scorretto, democraticamente parlando), ma perché possiate farvi un giudizio meno di parte, più obiettivo, come dicono loro. Vi diranno che la guerra, anche se orribile e devastante, chi può negarlo?! (anche i generali piangono i loro giovani militari caduti), la guerra appunto può avere una giusta causa che la rende accettabile. Per esempio la lotta al terrorismo, tanto per limitarci alle guerre di cui anche i più giovani tra voi han sentito parlare. E in quanto lotta al terrorismo hanno già convinto noi occidentali che la guerra è giusta e necessaria. Magari non ce lo hanno detto con queste parole. Ma non pensavano forse a questo quando parlavano di “guerra preventiva”, “strumento di esportazione di democrazia e libertà”, “azione chirurgica” per impedire possibili attacchi?

Voglio invece che guardiate gli effetti della guerra, chiedendovi onestamente se ci può essere davvero una causa giusta che giustifichi la guerra, che la renda inevitabile, necessaria? Vi vorrei qui con me, in mezzo alle guerre, cioè in mezzo ai profughi che non hanno più casa, famiglia, terra, popolo, o in mezzo alle vittime della pulizia etnica, distrutte dall’odio che le porterà domani dall’altra parte per fare giustizia vendicandosi, venite qui in mezzo ai bambini che hanno visto e sentito la guerra e che ne porteranno per sempre i segni. Guardando gli effetti, chiedetevi quale causa può giustificare l’orrore e l’assurdo. O forse, proprio perché non ci può essere nessuna giustificazione, le cause della guerra sono semplici pretesti per sostenere l’idea che là c’è il male e qui c’è il bene, che loro sono pericolosi e che noi siamo difensori della democrazia e della libertà e intanto coprire interessi, potere, ricchezza.

Vi scrivo per mettere in questione questo concetto di guerra giusta, perché non si può scatenare una guerra, qualsiasi guerra, ritenendo di poterla controllare e contenere dentro i confini della giustizia. Il diritto internazionale nel corso dei secoli ha stabilito come definire e distinguere tra guerre giuste e guerre ingiuste. Si è stabilito che una guerra è giusta se nel dichiararla si sono verificate 7 condizioni che la rendono inevitabile. E, cosa interessante, una guerra è giusta se poi, oltre alle 7 condizioni che l’hanno resa legittima, vengono rispettate le 3 condizioni aggiuntive per il tempo di guerra che sono:

1° garantire l’incolumità dei non combattenti;

2° trattare umanamente i prigionieri;

3° rispettare i trattati e le convenzioni internazionali.

Garantire l’incolumità dei non combattenti? E’ di poco tempo fa la notizia che un mio collega pubblicava su un quotidiano nazionale. Titolo: Blitz Nato contro i talebani, decine di civili uccisi. Choc in Afghanistan: per le autorità locali 80 morti tra cui donne e bambini.

Trattare umanamente i prigionieri? Condizione letteralmente violata in Cecenia, in Rwanda e come non citare Guantanamo e Abu Graib.

Rispettare i trattati e le convenzioni internazionali? E’ sotto gli occhi di tutti l’offesa e la beffa continua all’Onu e alla Convenzione di Ginevra.

Bastano solo questi esempi, in cui le 3 condizioni non sono rispettate, per affermare quanto è pretestuoso e falso pensare di poter condurre una guerra giusta. Forse per questo qualcuno, per giustificarsi, ha cominciato a parlare di effetti collaterali, cioè effetti imprevedibili, non calcolabili e in un certo senso inevitabili, il prezzo da pagare per raggiungere gli obiettivi più grandi e nobili di una guerra comunque giusta.

Ma come possiamo definire effetti collaterali le vittime civili, tra cui donne e bambini?

Ha scritto il New York Times (8 marzo 2005): “Oggi i cittadini iracheni non devono vivere solo nel terrore dei kamikaze, ma devono avere anche paura di essere scambiati per ribelli da forze americane a cui è stato detto di sparare prima e poi chiedersi perché lo hanno fatto”.

E sappiamo poi che nelle guerre dimenticate degli ultimi 10 anni sono morti più di 8 milioni di persone: 90% civili e di questi 40% bambini. E non facciamo demagogia parlando della riduzione di effetti collaterali grazie all’uso di bombe intelligenti.

Come possiamo chiamare effetti collaterali le mine antiuomo che sono state “dimenticate”? Solo un esempio: in Angola (una nazione di 10 milioni di abitanti) sono state dimenticate 15 milioni di mine antiuomo e anticarro. E si tratta di effetti collaterali di lunga durata.

O proviamo a chiedere cosa pensano degli effetti collaterali di queste guerre giuste i militari malati di leucemia che hanno combattuto in Kosovo e nelle guerre dei Balcani e si sono contaminati con l’uranio impoverito?

Non posso non concludere, parlando di guerra al terrorismo, senza far riferimento all’attentato dell’11 settembre. Quanti morti innocenti. Esso ha rappresentato per molti la giusta causa per sferrare l’attacco e sviluppare una politica di difesa contro il terrorismo. Vi sembrerà strano ma i più agguerriti avversari della politica di Bush, negli Stati Uniti, sono proprio i parenti delle vittime delle Twin Towers. A pochi giorni dall’attentato una famiglia che aveva perso due figli aveva scritto al Presidente una lettera molto preoccupata in cui si dichiarava:

“La sua reazione a questo attacco ci fa sentire come se il Governo stesse usando la memoria del nostro figlio come giustificazione per arrecare sofferenze ad altri figli e genitori in altri paesi”

Nel secondo anniversario della strage l’associazione di parenti “Peaceful tomorrow” aveva divulgato questo messaggio:

“Nonostante l’assenza di un collegamento provato tra Saddam Hussein e gli eventi dell’11 settembre, le insinuazioni di Bush, alimentate dalla paura pubblica di nuovi attentati, hanno condotto il nostro paese verso una guerra inutile, illegale e immorale, giustificata dalla morte dei nostri cari defunti. Il sentimento antiamericano sta crescendo in tutto il mondo: quale migliore strumento per il reclutamento del terrorismo?”

Allora possiamo parlare di guerra giusta?

 

GUERRE DA COMBATTERE

Eppure ci sono guerre giuste da combattere. Contro l’ingiustizia, la disuguaglianza, la fame, la miseria, la violenza. I care peace significa anche combattere queste guerre. Che pace ci può essere, infatti, in un mondo dove 854 milioni di persone soffrono la fame, dove ogni 4 secondi un bimbo muore per cause legate alla povertà, dove basterebbero 40 miliardi di dollari per garantire a tutti l’accesso ai servizi sociali di base e invece se ne spendono 350 miliardi per una sola guerra?

Non c’è pace in un mondo senza giustizia. Il reporter polacco Ryszard Kapuscinski ha detto: «Guardando la televisione, siamo autorizzati a pensare che i principali problemi del mondo siano il terrorismo, i vari fondamentalismi, il narcotraffico e la criminalità organizzata. Non è vero. Il principale problema del mondo consiste nel fatto che i due terzi dell’umanità vivano in miseria, al limite della fame, senza alcuna prospettiva di cambiamento. Una volta il mondo era diviso in democrazia e totalitarismo. Oggi è diviso in ricchi e poveri, e la differenza continua a crescere. L’umanità entra nel XXI secolo come una famiglia profondamente divisa».

Siete anche voi membri di questa famiglia. Milioni di vostri fratelli e vostre sorelle dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina chiedono una vita più dignitosa. Se sapete di qualcosa, se dentro avete un cuore che batte e non un deserto arido, non potete ignorarli. Non potete dire «me ne frego», come se al mondo ci foste solo voi. Serve invertire la rotta, subito. Cominciare a lavorare per un mondo più giusto.

Bisogna però mettersi d’accordo su cosa fare. Perché magari siete anche voi di quelli convinti che per annullare lo squilibrio tra ricchi e poveri basterebbe portare i secondi allo stesso tenore di vita dei primi. Un proposito lodevole. Purtroppo anche irrealizzabile. La terra, infatti, non riuscirebbe a fornire le risorse necessarie né ad assorbire tutti i rifiuti che verrebbero prodotti.

Basta far due conti. Noi del Nord (Europa occidentale, Nord America, Giappone, Australia) rappresentiamo appena il 15% della popolazione mondiale, eppure consumiamo l’86% delle risorse del pianeta e produciamo il 70% dell’anidride carbonica emessa ogni anno. Se volessimo garantire a tutto il mondo il nostro stesso tenore di vita, ci vorrebbero ben cinque pianeti da utilizzare come miniere, come foreste, come campi e come discariche di rifiuti.

Ma anche il nostro attuale stile di vita sta diventando insostenibile. Ce lo ha detto l’ultimo rapporto del Wwf, il «Living planet report 2006». Dopo due anni di studi, la conclusione degli esperti è chiara: entro il 2050 l’umanità raggiungerà un ritmo di consumo pari a due volte la capacità della terra. Ovvero: un pianeta non ci basterà più, ne serviranno due. La natura ormai non è più capace di rigenerare ciò che le prendiamo. E visto che non mi sembra si possano imputare di sprechi il Burkina Faso o il Bangladesh, i responsabili di tanto sfacelo vanno cercati altrove. Magari guardandoci allo specchio. 

È urgente cambiare il nostro stile di vita. Ridurre i nostri consumi. Sbarazzarsi del superfluo. Fregarsene delle mode, ignorare la pubblicità. Badare all’essenziale. Imparare a condividere. Solo così potremo lasciare alla parte più povera del pianeta le risorse e l'energia sufficienti per vivere meglio.

Ma non basta. Dobbiamo anche mettere in discussione il nostro modello di economia. L’idea che per star meglio si debba produrre di più, sfruttare di più, consumare di più. L’egoismo eretto a sistema. Invece che risolvere i problemi del mondo questo modello non ha fatto altro che aggravarli. Ha aumentato la povertà, il degrado ambientale, la competizione per l’accesso al petrolio e alle altre risorse.

Questo circuito perverso è il vero «asse del male», la vera minaccia alla pace nel mondo. Facciamoci una sola domanda: quando avremo consumato quasi tutte le foreste, quasi tutta l’acqua, quasi tutto il petrolio e il gas naturale, quali guerre si scateneranno per accaparrarsi le poche risorse rimaste disponibili?

Siamo tutti seduti su una bomba più pericolosa dei 28 mila ordigni nucleari sparsi per il pianeta.

 

DIVENTATE SOVRANI

Ormai vi sarà chiaro: se avete a cuore la pace, la prima battaglia che dovete combattere è contro il vostro stesso mondo. Non per buttarlo all’aria, ma per renderlo migliore.

Le armi che dovete usare sono l’intelligenza, la creatività, la parola. Non serve a nulla spaccar vetrine o incendiare cassonetti. Chi lo fa è un debole, nemico dei poveri. Per cambiare il mondo c’è invece bisogno di coraggio, tenacia, senso di responsabilità. In poche parole diventare nonviolenti. Che non significa solo ripudiare la violenza come strumento di risoluzione dei conflitti, ma anche ribellarsi ai meccanismi che generano la miseria, lo sfruttamento, l’oppressione. Schierarsi sempre dalla parte dei più deboli, dei poveri, degli emarginati.

«Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte», scrivevano i ragazzi della Scuola di Barbiana nella loro «Lettera a una professoressa». Sono passati quarant’anni, ma la frase è vera oggi come allora. Mettersi dalla parte dei poveri vuol dire soprattutto lottare per eliminare le cause della povertà. Prendere coscienza degli effetti generati dal nostro modo di vivere e di pensare. Sentirsi tutti responsabili di tutto.

Don Milani diceva: «Non sono un sognatore sociale e politico. Io sono un educatore di ragazzi vivi ed educo i miei ragazzi vivi ad essere buoni figlioli, responsabili delle loro azioni, cittadini sovrani». «Essere cittadini sovrani», ha scritto poco tempo fa Francesco Gesualdi, un allievo di don Lorenzo, «significa capire la realtà, saperla giudicare e saperla cambiare».

Cari giovani, reagite alla logica di un sistema che vi vuole obbedienti ad ogni moda, privi di senso civico, disinteressati al mondo. 

Rifiutate una vita da schiavi, diventate sovrani!


AUTORI DEL TESTO sono Andreoletti Nicola e Merlini Damiano.

 

A scrivere questa lettera ci hanno aiutato anche i libri di…

Francesco Gesualdi, Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti per tutti, Feltrinelli

Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri

Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi

Susan George, Un altro mondo è possibile se…, Feltrinelli

AA.VV., L’illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale, Emi

Paul Ginsborg, Il tempo di cambiare. Politica e potere della vita quotidiana, Einaudi

Gianni Minà, Un mondo migliore è possibile. Da Porto Alegre le idee per un futuro vivibile, Sperling & Kupfer Editori

Alcuni articoli apparsi sulle riviste Carta, Altreconomia, Nigrizia

E naturalmente, gli scritti di don Lorenzo Milani…

Esperienze Pastorali, Lef

L’obbedienza non è più una virtù, Lef

Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, Mondadori

Lettere alla mamma, a cura di Alice Milani Comparetti, Mondadori

I care ancòra. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, a cura di Giorgio Pecorini, Emi

… e della Scuola di Barbiana…

Lettera a una professoressa, Lef